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Recensione Caro Tito Lucrezio Lingua e Stile
Il breve giudizio sul De Rerum Natura, contenuto in una lettera al fratello Quinto, testimonia che Cicerone ammirava in Lucrezio non solo l'acutezza del pensatore, ma anche la capacità di elaborazione artistica. Lo stile del poeta, a tratti troppo brusco, arcaizzante e ripetitivo, però lo stile e l'organizzazione complessiva della materia sono volti a convincere il lettore. Si spiegano in tale ottica le frequenti ripetizioni, infatti, alcuni concetti dovevano essere riassunti in brevi formule facilmente memorizzabili, come raccomandava Epicuro, collocate più di una volta in punti chiave del poema.
Anche l'invito all'attenzione del lettore doveva essere reiterato spesso; e alcuni termini tecnici della fisica epicurea, nonché i nessi logici di grande uso (come le formule di transizione tra argomenti diversi: adde quod, quod superest, praeterea, denique) dovevano restare fissi per consentire al lettore di familiarizzarsi con un linguaggio non certo facile. Inoltre, alla lingua latina mancava la possibilità di esprimere taluni concetti filosofici e Lucrezio fu quindi costretto a ricorrere a perifrasi nuove, a coniazioni, talora a calchi diretti dal greco, infatti, egli lamenta la "povertà del vocabolario avito".
La povertà della lingua però era limitata al lessico strettamente tecnico e Lucrezio sfrutta una gran mole di vocaboli poetici che la tradizione arcaica (soprattutto enniana) gli fornisce, soprattutto aggettivi composti e molti ne crea egli stesso rivelando una spiccata propensione per nuovi avverbi e perifrasi.
Dalla tradizione enniana e dal patrimonio della "poesia elevata" romana, Lucrezio trae caratteristiche forme di espressione (più che dallo stile alessandrineggiante contemporaneo), come un intensissimo uso di allitterazioni, di assonanze, di costrutti arcaici e di effetti di suono propri del gusto espressivo-patetico dei più antichi poeti di Roma. Lucrezio dimostra di possedere una vasta conoscenza della letteratura greca, come testimoniano le riprese di Omero, Platone, Eschilo, Euripide.
Tutta la descrizione della peste di Atene nel libro VI, è basata sul racconto di Tucidide e traspare la conoscenza dei poeti ellenistici più raffinati (Callimaco). Certamente il tratto distintivo dello stile Lucreziano va individuato nella concretezza dell'espressione e nella vivacità descrittiva, che derivano dalla mancanza (più volte denunciata dallo stesso poeta) di un linguaggio astratto già pronto, disponibile a significare le idee e a dare forma filosofica al discorso.
Paradossalmente l'espressione trae da ciò un vantaggio formale, quanto deve supplire i vuoti verbali ricorrendo a una gamma vastissima di immagini e di "esempi" esplicativi. Al contrapporsi di cose umili e grandi, di statica e dinamica, corrisponde nell'espressione il contrasto efficace tra le movenze di una lingua viva e colloquiale (che parla di cose quotidiane) e la scelta di uno stile grande e sublime. Il risultato è uno stile severo, capace di durezze e di eleganze, pronto alla commozione e alla meraviglia, ma anche all'invettiva profetica, sempre grandioso, senza cadere nell'ampolloso e magniloquente.
Da wikipedia
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