Biografia Paul Auster |
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Intorno alla metà degli anni Ottanta, sugli scaffali delle librerie americane approdò il romanzo di uno scrittore non ancora quarantenne ma con alle spalle un numero imprecisabile di viaggi intercontinentali, traduzioni, lavori saltuari, tragedie familiari e fallimenti letterari di ogni tipo. Il nome dello scrittore era Paul Auster, il titolo del romanzo Città di vetro, primo episodio di quella che i lettori di ogni latitudine avrebbero presto imparato a riconoscere come Trilogia di New York. Dalle pagine del libro emergeva il ritratto di una città enigmatica, sospesa nel tempo, labirintica, capace di dissolvere tra le proprie spire l’identità dei suoi abitanti, chiusi in un appartamento di Brooklyn o lanciati in logoranti quanto assurde indagini investigative. Paul Auster apparve sulle scene come una sorta di Samuel Beckett lunare e metropolitano alle prese con una trama di Poe. L’enorme successo che da lì a poco lo avrebbe fatto conoscere in tutto il mondo consacrandolo come maestro indiscusso del “giallo filosofico” arrivava alla fine di un massacrante apprendistato che in poco più di dieci anni aveva visto Auster abbandonare New York, vagabondare senza un soldo tra Parigi, Dublino, Roma, Madrid, imbarcarsi come marinaio sui convogli mercantili, scrivere soggetti per film muti (!), lavorare come ghost writer, mandare all’aria matrimoni, pubblicare poesie e articoli di critica letteraria per ritrovarsi negli anni Ottanta nuovamente a New York, naturalmente senza il becco di un quattrino. «La man-canza di denaro era diventata una vera e propria ossessione. Ho vissuto per anni nel più totale panico». Nel 1996, con quasi dieci anni di ritardo, la Trilogia arriva anche in Italia. I romanzi successivi (La musica del caso, Moon Palace, Leviatano, per citare i più rappresentativi) confermano Auster come cantore di un mondo inesplicabile, immerso in una solitudine quasi metafisica e dominato dal caso. «In generale, la nostra vita sembra spinta brutalmente da un estremo all’altro», fa dire Auster a un suo celebre personaggio, «uno parte in una direzione, ed ecco che di colpo fa dietro front a metà strada, si arresta, gira a vuoto, e infine riprende a marciare in un altro senso. Non c’è mai niente di sicuro e, inevitabilmente, approdiamo in un punto diverso da quello prefissato». Con gli anni Novanta la vicenda artistica di Paul Auster abbraccia anche il cinema. Smoke e Blue in the face sono i due film rivelazione di Wayne Wang scritti e sceneggiati da Auster che, nel 1998, si cimenterà anche come regista con Lulu on the Bridge.
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