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Recensione Paolo Rumiz Approfondimento
Attraverso i suoi articoli dedicati al conflitto nella penisola balcanica e ai più segreti richiami del Centro europa molti dei quali sono confluiti nel bel libro La linea dei mirtilli Paolo Rumiz si è rivelato giornalista di razza e persona del tutto affidabile. Non è facile nella Trieste di oggi, e lo era ancora meno in quella di ieri, trovare inviato di pari obiettività e di altrettanta perspicacia, il quale alla preparazione professionale e alla scioltezza dei propri slanci umorali sappia unire una visione moderna, disincantata, delle cose del mondo: in particolare di questa nostra fetta di mondo dove le scalate al potere sembrano attuarsi attraverso lo scatenamento degli opposti nazionalismi.
Figlio di una generazione scettica o soffertamente disinibita, non più succuba dei pregiudizi di un'inalterata educazione civica, egli ha contribuito in misura notevole a infondere valenza critica e a conferire piena plausibilità al quotidiano sul quale scrive; a rompere in definitiva con la rete di reticenze e compromessi stesa per non scontentare chi ha tante certezze. Che tale apertura insofferente sia coincisa con lestrema impennata di una parte della città non rassegnata a estinguersi insieme ai propri rimpianti, mi sembra ugualmente chiaro.
Le qualità e le componenti caratteriali del Rumiz vengono confermate da questa sua più recente fatica: un viaggio in Istria tanto immediato, agevole, cosa da week-end, quanto "insidioso e tutto in salita. Ma è lo stesso giornalista a rendersene conto nell'atto di compierlo con animo sgombro, «senza ricordi nella valigia», e giudicandosi perciò inadeguato al compito. È stato invece un modo dimesso di porsi in strada, per non interporre sentimenti e punti di vista personali in un piccolo universo lacerato da priorità fm troppo conclamate.
Da tale posizione volutamente passiva, che equivale a un entrare disarmati in casa di amici, egli apparentemente non recederà in alcuno dei suoi quattordici itinerari. Ascolterà paziente il gran parlare di una gente che pare essersi oggi assicurata soltanto libertà di espressione verbale, creando intorno a se un «malumore che si taglia col coltello»; abbraccerà con lo sguardo e annoterà sull'agendina quanto gli sembrerà maggiormente significativo di quella data situazione, senza mostrare di cogliere le ingenue o scaltrite contraddizioni. Ma si ritaglierà ogni volta un margine di affrancamento laconico, dirottando bruscamente verso località e ambienti meno soffocanti per assaporare l'avventura che ogni viaggio comporta. Ed è uno strano girare, questo del Rumiz, lungo la penisoletta che gli si offriva a sezioni nei suoi distinti assetti geografici e politici, e di cui egli invece scansa le piste obbligate per zigzagare di continuo tra mare e monte, tra territorio sloveno e distesa croata, giungendo a soffermarsi di più a Pregara e a Veli Mlun che non a Pola e a Fiume.
Ecco dunque che, pur nella puntiglio sa volontà di registrare ordinatamente i fenomeni e i climi dell'ultima Istria caduta sotto due sovranità differentemente pesanti, spaccata da quel confme sulla Dragogna «calato da un giorno all altro come una ghigliottina», Paolo Rumiz finisce per non rispettare neppure le linee di divisione tradizionali, ne indica delle nuove che sono poi le più antiche, aderisce, aprendosi e riponendo gli appunti, soltanto a quelle contrade rimaste miracolosamente incolumi dall'incessante mimetismo. Sostiamo volentieri con lui nelle stanzie di Salvore dove «le ville signorili danno tuttora al posto un'impronta di nobiltà decaduta», sul ponte di barche su cui si potrebbe rovesciare la polenta, tra i «nipoti» di Santo Spirito ignari del passato e perciò risoluti a costruire qualcosa con le loro mani, sopra il «finimondo di ulivi» che si estende sotto i villaggi in pietra arenaria dell'interno capodistriano, ed ancora più ad est dove il verbo parlare offre quattro varianti ugualmente correnti e tuttavia se ne fa uso piuttosto discreto.
Ma parecchie sono le voci anche dell'Istria «ufficiale» che, consapevoli o meno, avvertono la necessità non di un ulteriore adeguamento all'ultima soluzione politica, bensì di un generale autoridimensionamento e di un'assunzione effettiva delle responsabilità, per ritemperarsi in una modestia che è dignitosissima, in una riflessiva tacitumità che si rivela eloquente. Perche, giunto al termine del caparbio viaggio a quattordici tappe lungo una terra «dolcissima e terribile», il quale impietosamente discopre mille Istrie scandite da una ridda di presunzioni, vittimismi, infingimenti trasparenti, cattive ritorsioni, nostalgie malate, sopraffazioni disinvolte, un lettore attento può anche chiedersi legittimamente se questa benedetta e dolente Istria sia da compiangere o da lasciare al suo destino.
Fulvio Tomizza
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