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Recensione Fulvio Tomizza Franziska
le prime pagine
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Alcuni anni fa, quando il corpo e la mente procedevano di pari passo incuranti l'uno dell'altra ma tesi all'identico fine, mi trovai un giorno alla stazione ferroviaria di Gorizia. Mai avevo detestato luogo più di quello, sede del mio primo collegio, e mi pareva che proprio la stazione, buio approdo e poi punto frenante dei ritorni a casa, concentrasse il mio odio e il tedio.
A distanza di quarant'anni rimetter piede a Gorizia significava invece introdurmi in un mondo incantato, fuori dal frastuono della vita ultra moderna, del quale la stazioncina da stampa antica, dove i treni per Udine e per Trieste davano ai passeggeri appena il tempo per scendere e salire, rappresentasse l'inizio o il termine della Mitteleuropa.
Era l'ora di metter qualcosa sotto i denti e, come per voler rispettare quella pausa di comune ristoro, nessun treno vi sarebbe transitato per un bel pezzo. Entrai nel bar, chiesi del ristorante; mi fu indicata la mensa aziendale al piano superiore, la quale serviva, a volerlo, anche i non dipendenti.
Per il mangiare, specie a metà giornata, non sono di grandi pretese e la cornice, quando mi trovo fuori, conta più della sostanza. Nella sala quasi deserta presi al self-service dello spezzatino con un po' di verdura, il pane e un quarto di vino. Piovigginava e col conforto materiale mi sentivo crescere un senso di contentezza nostalgica e tuttavia non avara di propositi. Alle spalle mi stava accarezzando un chiacchiericcio femminile inconsueto, lontanamente familiare. Mi volsi con discrezione : due donne anziane, in grembiule di lavoro, conversavano in sloveno.
Subito fui portato a considerare che a Trieste, dove la minoranza slovena era più sparsa ma anche più numerosa, mai in un luogo pubblico si sarebbe fatto uso della lingua tanto avversata da essere divenuta in primo luogo sgradita. Qui invece la cosa accadeva perché gli sloveni, per quanto non amati dalla popolazione italiana, oltre ad aderire alla terza parlata cittadina, la friulana, sotto il lungo dominio austriaco della contea di Gorizia avevano avuto modo d'insediarsi con negozi ed esercizi di ogni genere nel pieno centro.
Non era infatti slovena la trattoria dalle parti del seminario di teologia dove mia madre nelle sue rare visite conduceva me e il fratello a consumare un pasto quasi tutto di casa?
Nostra madre si limitava a ordinare tre piatti di brodo dai dilatati occhi d'oro, il migliore che avessi mai gustato, di gran lunga superiore al suo per una rara spezie destinata a palati maturi, forestieri e scartocciava i pacchetti di pollo e vitello impanato, del dolce e perfino del pane, con incoraggiante approvazione della padrona, la quale talvolta si chinava a lisciarmi i capelli accrescendomi vergogna, imbarazzo, ma anche la soddisfazione di trovarmi in un luogo protettivo senza che fosse quello di casa.
Alta e ossuta, un naso pronunciato nella grigia faccia sorridente, la donna era la prima persona di sicura razza diversa che avessi conosciuto, e tale positivo incontro forse non restò estraneo al mio destino. Mi appariva il contrario di mia madre, né slava né italiana come tutti noi, la quale non a caso aveva adocchiato la sua confacente taverna.
Negli anni futuri, ogniqualvolta mi fossi recato a Gorizia, avrei invano cercato l'esatta ubicazione della trattoria, di cui traccia certa e insieme meta era il volto buono di una donna slovena.
Poco dopo il pranzo alla stazione ferroviaria mi fu consegnata a Trieste una busta contenente alcune lettere manoscritte risalenti al primo dopoguerra di questo secolo e indirizzate a una giovane slovena da parte di due ufficiali dell'esercito italiano entrato vittorioso nella città contesa.
Con fare invariabilmente imbarazzato me l'aveva messa in mano tale professor Pecenko, ai cui allievi avevo appena terminato di tenere una conversazione di argomento letterario. "A mi le me par interesanti" si era quasi scusato l'insegnante del comune dialetto cittadino, aggiungendo con maggiore esitazione: "Me par che le xe, che ghe xe... no so... dela poesia".
Giunto a casa estrassi le lettere dalla busta recante un precedente indirizzo cancellato con pennarello rosso, ci diedi un'occhiata. Erano in buona parte scritte su solida carta appartenente all'ufficio militare delle ferrovie italiane. Una scrittura larga, incurante della forma ; l'altra invece minuta, di spiccato gusto calligrafico; si rivolgevano entrambe alla signorina X, impiegata alla ferrovia triestina.
© 1997 Arnoldo Mondadori Editore S.p.A.
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