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Recensione Domenico Starnone

Domenico Starnone

Domande alla guerra

Tratto da “il manifesto”, 15 febbraio 2005
Cosa sta succedendo là fuori? Non si sa, le parole sono opache, delle immagini non ne parliamo. A volte pare che tutto vada per il meglio, a volte no. A volte c'è il sorriso di Condoleeza Rice, a volte quello di Giuliana Sgrena. Si afferma, si argomenta, si dichiara, ci si interroga. Le elezioni in Iraq, per esempio. Il popolo iracheno - ci dicono, ci mostrano - è diventato popolo sovrano. Ma a suon di bombe, dentro confini violati da eserciti stranieri, in un territorio su cui nessuno ha una vera sovranità e dove non solo è difficile formarsi liberamente opinioni, ma è rischiosissimo, come si vede ogni giorno, esprimerle in libertà. Quel voto è un passo verso la normalizzazione? O il passaggio per più terribili bagni di sangue?
La guerra è stata fatta, come tutte le guerre, da eserciti con una tecnologia di morte avanzatissima che ha annichilito città, uomini, donne, bambini e paesaggi. Tuttavia - ci pare di capire - è stata appoggiata ed è sostenuta da signore e signori, negli Stati uniti come qui da noi, decisamente schierati a difesa della vita umana fin nel suo stadio di embrione e molto allarmati per come le applicazioni tecniche della scienza insidiano la creatura e l'ordine del creato. È meglio spazzare via all'ingrosso la vita fatta, che lavorare sopra quella in germe?
L'esercito più potente del mondo, quello meglio dotato di armi di distruzione di massa, è andato in Iraq per togliere a Saddam le sue. Lo ha potuto fare, oggi pare assolutamente certo, solo perché sapeva bene che quel regime non solo non aveva armi genericamente di distruzione di massa, ma soprattutto non aveva la bomba atomica. Se l'avesse avuta, non solo non ci sarebbe andato, ma l'applicazione delle procedure democratiche in Iraq non avrebbe avuto il carattere di urgenza che poi ha assunto. Quando, allora, liberare popoli è impellente e quando si può soprassedere?
A qualche stato, canaglia e non, pare sia venuto il sospetto, proprio osservando la vicenda irachena, che, per non trovarsi l'esercito più potente del mondo nel cortile di casa, fondamentale è avere la bomba.
La conseguenza è che prima si faceva finta di non pensarci nemmeno, alla bomba, e ora, dopo l'Iraq, quelli che già ce l'hanno la esibiscono come se fosse il cartello attenti al cane. Avevano torto, allora, quelli che dicevano e dicono che dopo Hiroshima e Nagasaki ogni guerra, piccola o grande, è un rischio che non si può più correre?
La vicenda irachena - possiamo legittimamente sospettare - sta diventando esattamente il rovescio di ciò che ci dicevano i sostenitori del pugno di ferro, della potenza di fuoco, della tecnologia buona quando distrugge vite in atto e non più buona quando stuzzica la potenza di vita. L'Iraq, che doveva essere una lezione per chi ha le armi di distruzione di massa, pare stia producendo un bisogno urgente e diffuso di testate nucleari. L'Iraq, che doveva essere una sorta di grande spot in lode dei valori dell'Occidente, pare stia diventando la dimostrazione di come le regole del gioco democratico siano certo importanti ma solo regole. La domanda è quella che conosciamo da sempre: chi gioca, come, alla pari o in vantaggio, onestamente o barando, in libertà e in eguaglianza o in stato di costrizione, irreggimentati? Domande, ipotesi: siamo nel mondo del "pare". Perché, per andar oltre, bisognerebbe spezzare le parole dell'opinionismo da scrivania (nostro e altrui), delle veline dei comandi politici e militari, dei racconti concilianti e sconciliati che ci facciamo ogni giorno per nasconderci il caos del reale o almeno esserne investiti a piccole dosi, senza dolore. Quanto alle immagini, ricordiamoci dei sorrisi dei politici, dei capi militari, di Bush, di Rice. Quanto sorride, Rice, pare molto contenta. Parevano contenti anche gli aguzzini, maschi e femmine, di Abu Ghraib. Tutto pare. Su quel "pare" ha lavorato fino al giorno del sequestro Giuliana Sgrena. Lei e le persone come lei hanno cercato sempre oltre il "pare" e questo fa la differenza. Liberano lo sguardo, scavalcano una sorta di muro verbale costruito con le frasi di comodo e quelle abusate. Vanno a vedere e sentire, per farci vedere e sentire con sguardi e parole più veri. Giuliana, da inerme, sa cosa accade alle donne, ai bambini, agli uomini inermi. Sa anche che le uniche parole su cui si può far conto, oggi come sempre, sono quelle degli inermi, degli umiliati, di quelli su cui si esercita la crudeltà. Lo ha saputo, lo sa adesso, ce lo ha raccontato, ce lo racconterà. Nelle foto, per questo, ha un sorriso diverso.

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