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Recensione Meir Shalev

Meir Shalev

La montagna blu

le prime pagine
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1


Una notte d'estate il vecchio maestro Yaakov Pines fu svegliato di soprassalto. Qualcuno, fuori, urlava: "Mi sbatto la nipote di Liberson!"
Quel grido impudente, stentoreo e pure limpido, trapassò le fronde dei pini delle Canarie, non lontano dalla torre dell'acqua. Per un istante ancora palpitò librandosi come un predatore, prima che le parole spiccassero il volo verso il territorio del villaggio. Un vecchio fremito, tanto doloroso quanto familiare, smosse il cuore dell'attempato insegnante. Ancora una volta, era solo ad ascoltare quell'osceno richiamo.
Per lunghi anni aveva lavorato a tappare le crepe, rimediare agli strappi, irrimediabilmente sul chivalà. "Come quel ragazzo olandese, con il dito nel foro della diga..." soleva dire di sé ogni volta che il peggio era passato. E la cocciniglia, e la lotteria, e le zecche del bestiame, e l'anofele, e i nugoli di cavallette i e di bande jazz... gli erano passati intorno come neri flutti, prima di frangersi in sbuffi di schiuma tossica contro la sua cassa toracica.
Pines si sedette sul letto, si asciugò le dita sui peli del petto, rabbioso e incredulo: come poteva restare impassibile la vita al villaggio, con uno scandalo di quel genere dichiarato pubblicamente?
Tutto l'insediamento, come ancora lo chiamava la gente della valle, dormiva. I muli e le vacche da latte nelle stalle, le galline nel pollaio, gli idealisti e i braccianti nelle loro povere brande. Come una vecchia macchina le cui componenti ormai ben si conoscono a vicenda, il villaggio non lasciò che si turbasse la sua notte. Le mammelle s'empivano di latte, i grappoli d'uva si gonfiavano di succo, e sulle spalle dei vitelli ingrassati e pronti per essere spediti al macello s'eran formati depositi di carne pregiata. Batteri instancabili, "i nostri amici monocellulari", come li chiamava Pines nelle sue lezioni con sincera gratitudine, provvedevano a fornire azoto fresco alle radici delle piante. Ma il vecchio maestro, un uomo posato e famoso per la sua pazienza, non avrebbe permesso a nessuno e men che meno a se stesso di dormire sugli allori dei risultati ottenuti. "Prima o poi ti becco, carogna", mormorò con rabbia, alzandosi gravemente dal letto di ferro. Con le mani tremanti si abbottonò i vecchi pantaloni kaki, si allacciò gli scarponi neri, rassicuranti per le caviglie, e uscì per la spedizione. Il buio e la concitazione gli impedirono di trovare gli occhiali, ma la luce della luna sbucò dallo spiraglio della porta e gli indicò la strada.
Fuori inciampò nella montagnola di una talpa che aveva scelto il suo giardino per le proprie azioni di sabotaggio. Si rialzò in piedi, si pulì le ginocchia, chiamò: "Chi va là? Chi è?" e poi ascoltò. Gli occhi miopi trivellavano l'oscurità, la grande testa canuta girava di qua e di là come fanno gli uccelli notturni, come posta sopra un perno.
L'orrido grido non si ripeté. Come al solito, pensò lui, urla solo una volta, non due.
Pines era in ansia. Quella frase volgare era la goccia che faceva traboccare il vaso della perversione, di uno squallido edonismo, del trionfo dell'individualismo sull'interesse comune. In breve, un'inequivocabile infrazione alle regole. Al vecchio maestro, che "aveva formato tutti i nostri bambini a una vita di ideali e lavoro", tornarono in mente senza volerlo la grande razzia del cioccolato messa in opera da alcuni dei suoi allievi più grandi nello spaccio del villaggio, nonché il baule di Riva Margulis, giunto dalla Russia e zeppo di generi superflui e tentazioni "di lussi d'ogni sorta", che aveva messo a repentaglio compagni e principi, e anche il "riso diffamatorio della iena che vagava per le nostre campagne. Anch'essa, beffarda e sabotatrice".
L'immagine della iena proprio ora che non portava gli occhiali sul naso, ed era praticamente orbo, trasformò la preoccupazione in terrore. Si paralizzò quasi, per la paura.
La iena si spingeva ogni tanto fra i villaggi, messaggera di quei mondi che stavano oltre i campi di grano e la montagna blu. Nei tanti anni ormai trascorsi dalla fondazione del vilIaggio, l'insegnante aveva udito qualche volta quell'ululato sarcastico salire da un uadi, nitido e provocatorio, spaventoso.
Il morso della iena era assai temibile. Alcune sue vittime perdevano ogni criterio nel lavoro. Seminavano la pensilaria in autunno e potavano i vitigni in estate. Altri perdevano il senno, iniziavano a dubitare, a nutrire sprezzo, quando non ad abbandonare il lavoro della terra e partire per la città, a morire, perfino a lasciare questo paese.
Pines non capiva più niente, per lo sconcerto. Aveva già visto in vita sua gente crollare sul ciglio della via: le sagome curve dei passeggeri al porto, i suicidi smunti a riposo nelle loro tombe. Aveva visto rinnegati e perversi. "Parassiti talmudisti a Gerusalemme, millenaristi dell'ultima ora a Safed, ingenui comunisti, discepoli di Lenin e Michurin che avevano fatto a pezzi la banda laburista". Lunghi anni di meditazione e analisi gli avevano insegnato quanto è facile spargere il sangue di un uomo senza difese immunitarie. "Attacca soprattutto i bambini, che non hanno ancora una chiara visione del mondo", aveva avvertito quando si eran viste le tracce dell'infima creatura nei pressi delle case contadine, esigendo subito dei turni di guardia intorno alla scuola. La notte si univa ai ragazzi armati, suoi ex allievi, che andavano per i campi a caccia del corruttore. Ma la iena era furba e sfuggente.
"Come altri traditori che ben conosciamo", aveva detto Pines durante un'assemblea del villaggio.

© 2002 Frassinelli Editore

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