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Recensione Einar Már Gudmundsson Angeli dell'universo
le prime pagine
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Parte Prima
ANGELI DELL'UNIVERSO
1
Dopo essere arrivato a Kleppur, l'ospedale psichiatrico che si erge come un gigantesco castello sul mare, mi tornò alla mente quel giorno grigio di pioggia e di nebbia in cui, bambino, ero rimasto sulla via dissestata a osservare le case e le pozzanghere.
Il mio sguardo s'era fissato all'improvviso su un uomo di mezza età: stava scendendo le scale bagnate di pioggia davanti a una delle case. Insieme a lui c'era suo figlio, un ragazzo smilzo sulla ventina.
Il figlio aveva capelli scuri, ricci. Indossava una corta giacca di pelle con un collo scuro di pelo, mentre il padre portava una giacca a vento chiara e larghi pantaloni da lavoro, puliti.
Il padre teneva il ragazzo per le spalle e lo spingeva con rudezza davanti a sé. Le maniche della camicia a quadri sbucavano dalla giacca, e i suoi capelli apparivano stranamente privi di colore nella nebbia.
Quando furono in strada, io corsi loro incontro e gridai rivolto al padre: "Dove lo stai portando?"
Si voltò senza togliere le mani dalle spalle di suo figlio.
"A Kleppur", mi rispose in malo modo.
Vidi che la sua fronte luccicava per l'umidità. A guardarlo in faccia pareva che stesse digrignando i denti, e dietro il grigio degli occhi ardeva il fuoco.
Poi scomparvero nella nebbia.
La nebbia li inghiottì come nelle fiabe misteriose che mia madre mi raccontava la sera, e che di solito incominciavano con le parole: "Una volta, tanto, tanto tempo fa..."
In queste fiabe le persone sparivano nelle pietre e nelle montagne oppure si smarrivano in boschi oscuri mentre le stelle del cielo brillavano alte nel cielo.
Brillavano come innumerevoli occhi chiari nella tenebra, quella tenebra che calò poi su di me, senza stelle, senza chiaro di luna.
Non vidi mai più quel padre e quel figlio, e ancora oggi non sono venuto a conoscenza di quale realtà si celasse dietro quella scena.
Se il mio sguardo si è insinuato in un altro mondo, questo mi si è presentato con grande vividezza. Ma se era realtà, io non riesco a capirla.
Naturalmente capisco tanto poco la realtà quanto lei comprende me. In questo senso siamo pari. Lei non mi deve spiegazioni, e io le pago quanto le devo.
Sarebbe bello, ovviamente, poter dire come il filosofo tedesco Hegel quando qualcuno affermò in sua presenza che le sue teorie non corrispondevano alla realtà: "Povera realtà, quanto ne deve soffrire."
Questo lo possono scrivere i poeti.
Questo lo possono dire i filosofi.
Ma noi che veniamo ricoverati in cliniche e istituti non abbiamo alcuna risposta da dare quando le nostre idee non corrispondono alla realtà, perché nel nostro mondo sono gli altri ad avere ragione e a conoscere la differenza tra giusto e sbagliato.
La nube dei farmaci è sospesa nell'aria, le giornate paiono immobili.
"Páll!"
Trasalisco a sentire il mio nome, ma non ci sono reazioni visibili. Sono lontane, lontane, nel fitto della nube sospesa nell'aria.
La calma infinita nel profondo degli occhi.
Una tempesta nella gelida bonaccia.
2
Ero un cavallo pazzo agli occhi dell'eternità. Più tardi rimasi disteso a guardare il cielo.
E il sole allungò la sua mano nel mio cuore.
E accese la fiamma magica...
Una volta, tanto, tanto tempo fa, la mamma fece un sogno.
La cosa strana di questo sogno è che venne dimenticato e non riemerse finché non me ne fui andato per la mia strada.
No, non la strada lunga e tortuosa di cui cantano i Beatles e che conduce alla casa dell'amore; un'altra, più lunga e più oscura.
Si tratta del sogno dei quattro cavalli.
Gudrun, mia madre, lo fece la notte prima che io nascessi, e passarono dunque quaranta anni buoni prima che riaffiorasse dagli abissi come una profezia da un libro antico.
© 1997, IPERBOREA S.r.L.
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