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Recensione Giosuè Carducci Le poesie
Parlare oggi di Carducci è sfida non facile, lontano da tutto ciò che impregna la vita attuale. Ma se è vero che la poesia ha un valore eterno allora si può avanzare la tesi che Carducci fu come le sue “fonti” all’origine della stessa.
La natura, il cosmo, l’universo, il paesaggio, le città, fu pittore e scultore di immagini e uomini. Le Odi barbare e le Rime nuove ne sono sensibile testimonianza.
All’aurora
Tu sali e baci, o dea, co’l roseo fiato le nubi,
baci de’marmorei templi le fosche cime.
Ti sente e con gelido fremito destasi il bosco,
spiccasi il falco a volo su con rapace gioia;
mentre ne l’umida foglia pispigliano garruli i nidi,
e grigio urla il gabbiano su’l violaceo mare…..
San Martino che soltanto cito, Alle fonti del Clitumno...
Molte delle Immaginifiche “visioni” dannunziane hanno qui il loro fuoco primitivo.
L’origine è dovuta anche al ritorno alla poesia classica non solo per i temi contenuti, ma soprattutto per il rigoroso uso del verso:
Salve. Umbria verde,e
tu dal puro fonte nume Clitumno!
Sento in cuor l’antica patria e aleggiarmi
su l’accesa fronte gl’itali iddii
Questo è un esempio di strofa saffica.
Le Odi Barbare sono così chiamate perché nonostante la ricerca «tali sembrerebbero al giudizio dei greci e dei romani». L’esametro latino è stato così riprodotto: con due versi, un settenario più un novenario:
Tra le battaglie Omero
nel carme tuo sempre sonanti …
questo che or giace lungi
sul poggio d’Arno fiorito…
La giovine madre,
guardava pensoso il fratello…
e un’aura dolce
movendo quei fiori e gli odori…
All’interno di questa raccolta compaiono anche le trasgressioni: nella poesia Nevicata, Carducci introduce un “verso libero”, mescolando versi italiani diversi perché in italiano nessuna misura è sufficientemente lunga per «riprodurre i due versi latini che compongono la strofetta di due versi dell’elegia latina» (Cesare Segre):
Lenta fiocca la neve pe’l cielo cinereo: gridi,
suoni di vita più non salgon da la città,…
Walt Whitman cantò l’America, Emile Zola cantò la Parigi di fine ‘800, Carducci cantò dell’Italia le origini mitiche, la cultura contadina, i campi di grano trionfanti al sole o il freddo dell’inverno e della morte, le città silenziose o vocianti, i grandi uomini, come un antico greco cui fosse stata restituita la lira. Poeta civile dal sensuale linguaggio originario (naif si direbbe con un termine attuale) ma allo stesso tempo epico, eroico, consapevole di uno straordinario passato da tradurre in verso. Il poeta vate che deve educare l’uomo, conservare e diffondere ideali. Da qui una certa retorica nel Carducci che usava, per altro, anche un linguaggio impressionistico, con una forte tensione di questi opposti che sono il nerbo per così dire “virile” del suo scrivere.
La poesia di Carducci per poter sorreggere il pathos patriottico inseguì più la perfezione tecnica che un profondo e intimo percorso. Per questo, ne è difficile, oggi, la lettura, così soggettiva com’è l’interpretazione dell’uomo contemporaneo dopo gli stravolgimenti formali del verso libero, dell’ermetismo. Oggi si comprende più il frammento che non la costruzione classica di poesie che sono sculture ma anche opere di architettura monumentale. «Carducci è l’ultima tempra d’uomo che abbia avuto la nostra poesia, l’ultimo poeta che nel mondo non abbia veduto solo se stesso, ma anche il prossimo» (Momigliano)
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