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Recensione Paolo Giordano La solitudine dei numeri primi
 Paolo Giordano La solitudine dei numeri primi
La solitudine può essere tagliente come le lamette con cui Mattia si sfregia mani e braccia, trasformandole in un reticolo di cicatrici e dolore. La solitudine può essere ingombrante come il ricordo di un brutto incidente che costringe Alice a trascinarsi dietro una gamba insensibile per tutta la vita. Alice e Mattia sono su un altro piano rispetto agli altri, studiano, lavorano, si sposano perfino, ma non potranno mai uscire dal proprio cono d’ombra, dalla loro marginalità. Si riconoscono simili, ma le loro solitudini possono solo sfiorarsi. Alice e Mattia sono numeri primi, non possono essere divisi se non per se stessi e per 1. Primi gemelli, vicini ma sempre separati da un numero. Entità univoche che non conoscono la fusione con l’altro, distanti e distaccati. Alice e Mattia sono stati segnati da due episodi diversi e terribili che hanno interrotto il corso della loro infanzia, tragedie quotidiane capaci di rovinare una vita. Si apre con un incipit doppio e angosciante il libro d’esordio del torinese Paolo Giordano, classe 1982. Le paure infantili di Alice sugli sci, che la condurranno a una rovinosa caduta nella neve, e l’insofferenza di Mattia per la gemella ritardata, che abbandona in un parco per andare, da solo, a una festa di compleanno. Un salto temporale ce li fa ritrovare adolescenti, nella stessa scuola. Sono destinati a incontrarsi, a incrociare almeno per un attimo le rispettive solitudini, a perdere molte occasioni senza mai unirsi davvero. Maledetti numeri primi. Le metafore matematiche punteggiano tutto il romanzo, ed è nella matematica che Mattia cerca quella razionalità così consolante che non trova nella vita e nei sentimenti. Anche lo stile con cui scrive Giordano ha qualcosa di scientifico, di netto e tagliente, una certa tendenza a dissezionare i sentimenti per restituirceli frammentati, analizzati, pregni di una potenza espressiva che carica ogni gesto. Una narrazione potente, forte, asciutta e drammatica insieme, che ha entusiasmato la critica letteraria italiana. Un giovane scrittore che è giovane davvero, 26 anni, laureato in Fisica e dottorando all’università.
Se lui si fosse spostato, lei l’avrebbe percepito in qualche modo. Perché lei e Mattia erano uniti da un filo elastico e invisibile, sepolto sotto un mucchio di cose di poca importanza, un filo che poteva esistere soltanto fra due come loro: due che avevano riconosciuto la propria solitudine l’uno nell’altra” (p.272).
Di p_sereno
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