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Recensione Piergiorgio Leaci

Piergiorgio Leaci

Delirium tremens - Un racconto di P. Leaci.

Ore ventiquattro e trenta di una notte qualsiasi di un giorno qualunque. Io e lei eravamo nella mia stanza. Una bottiglia vuota gocciolava sulla moquette, una mezza piena se ne stava sul tavolo assieme ai piatti sporchi e i mozziconi di qualche giorno prima. Faceva freddo e il termosifone non funzionava. Ci mantenevamo caldi, bevendo sotto la mia coperta. Il soffitto scendeva lentamente, centimetro dopo centimetro. Mi sentivo morire, spegnermi a poco a poco, ma fuori era peggio. Tanto valeva starsene lontani da tutti, anche se non avrebbe portato a nulla.
Fumavo Prince. Buttavo la cenere in un bicchiere pieno d’acqua, poi guardavo indietro con gli occhi della mente e vedevo uomini, donne, strette di mano, sorrisi, sesso, amore. Poi gli riaprivo e mi apparivano le mie quattro mura sporche di sperma e macchie di sigarette. Si stava assieme e poi non ci si vedeva più, senza odio, senza amore. Se si esisteva o no, non faceva differenza. Miliardi d’atomi messi assieme da qualcuno per servire l’inutilità. Che senso aveva tutto questo? Solo stupidi giochi per ingannare il tempo, per aspettare la vecchiaia, poi la morte.
Non sopportavo nessuno. La gente non mi diceva nulla ed io ero niente per loro. Mi sentivo stupido, confuso e insignificante. Anche quello che facevo mi sembrava stupido, confuso e insignificante e non veniva mai bene. Era meglio starsene per i fatti propri a bere, lasciando gli altri giocare.
Dopo un po’ m'addormentai. Fu un sonno lungo e amaro. Quando mi svegliai lei era lì che mi guardava con il suo grugno barbuto.
“Ti dispiace se mi passi il bicchiere? Ho voglia di un sorso.”
“Eccolo.”
Le versai tre dita di vino.
“Ti sono piaciuti gli spaghetti with tuna?” domandai alzando il bicchiere.
“Celestiali. Favolosi.”
“Esagerata. Bastava un sì.”
“Volevo solo essere gentile”, muggì imbronciata.
“Invece sai solo essere esagerata. Tanto entusiasmo per nulla. Risparmialo per quando scopiamo. Sembri un cadavere con il rigor mortis, un manico di scopa. Com’è che sei così frigida? Sei cresciuta in un igloo?”
Volevo essere cattivo, anche se lei non aveva nulla a che fare con il mio esaurimento. Incolpare qualcuno mi faceva sentire meglio.
“Quando parli così mi fai sentire una merda!”
“Perché? T'’illudi forse d’essere qualcosa di diverso? Pensi sul serio di appartenere alla razza umana?”
“Intanto mi hai invitato a cena. Chi disprezza vuol comprare!”
“Chi ti disprezza è perché gli fai schifo. Non farti illusioni. Ti ho invitata perché sono due settimane che non bagno l'uccello.”
“Per quello che mi riguarda l'uccello te lo puoi tagliare. Credi forse che sia così scontato scopare con me, se mi tratti in quel modo barbaro?”
“Modera i termini. L'unico barbaro tra noi sei tu, vichinga obesa. Vuoi che ti circuisca con frasi d'effetto e stronzate del genere?”
La prese a male e si girò, offrendomi le sue gagliarde natiche. La sculacciai e le infilai una mano nelle mutande. Il vello ricciuto le nascondeva l’umido pertugio, così arrancai tra la folta peluria come un soldato armato tra il fitto della rugiadosa vegetazione. Seguivo l’umidità. Più sgocciolava, più mi avvicinavo al fronte. Giunsi nei pressi di un mollicoso terreno che tastai con la punta delle dita. Lei sbatacchiò le chiappe e singhiozzò con delizia. Sferrai il mio attacco, in un gioco di palpeggio e maneggio mentre lei brusiva e veniva, liberando gommose secrezioni lattescenti che mi s’incollavano alle dita, dopodichè la mollai e bevvi un sorso dalla bottiglia perché la gola mi bruciava.
“Allora?” pigolò lei.
“Allora cosa?”
“Mi lasci così?”
“Vuoi che chiami un rimorchiatore?”
“Ricominci? Ma che ti prende?”
Mi feci una lunga sorsata dalla bottiglia e poi gliela passai. Avevo i nervi a fior di pelle e mi agitavo per una frase esposta male, per il tono di voce mal impostato. Erano trascorsi già diversi mesi dal mio arrivo, ma ancora non ero riuscito a trovare una sistemazione. Scivolavo da un lavoro opprimente all’altro senza alcuna prospettiva. Sentivo che rubavano pezzo per pezzo la mia vita e che m’impoverivano, così dopo un po’ lo lasciavo e vivevo spensierato fino a che andavano via i soldi. Poi ricominciavo alla stessa maniera. Quello che mi preoccupava realmente era rimanere senza il permesso di soggiorno. L’Italia mi stava troppo stretta e volevo il mio spazio qui. In pochi mesi avevo conosciuto l’adrenalina di una vita irrequieta e intensa e tornare indietro si sarebbe trasformata solo in un’evirazione emotiva.
“Allora mi dici cos’hai?”
“No! Sarebbero solo discorsi sterili che m’ammosciano.”
Mi prese in parola. Sbottonò i pantaloni, tirò giù la patta e lo inghiottì. Ero teso e lei mi sciolse. Non era un gran che, ma muoveva bene la lingua.
Mi rilassai e dimenticai per quella notte ciò che avevo dentro.

Di Piergiorgio Leaci

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