Recensioni libri

Alfonso Gatto, poeta errabondo e militante di sinistra

Pubblicato il 17-07-2009


Cento anni addietro, il 17 luglio del 1909, nasceva a Salerno Alfonso Gatto, figlio di gente di mare dall’infanzia travagliata - marchiata a fuoco dalla morte del fratellino Gerardo - e dalla vita adulta errabonda e piena di miseria (per lo più, volutamente ricercata). Tentò di laurearsi in Lettere all’Università di Napoli ma dovette rinunziarvi nel 1926, iniziando a vagare deluso per diverse città alla caccia di diversi lavori; fece il commesso, l’istitutore, il correttore di bozze e infine il giornalista. Mentre cercava di costruire la sua difficile identità (scrisse: «Un fenomeno oscuro il divenire... sono diventato poeta per avere sempre sentito dietro di me, dalla nascita, altre stanze, altri luoghi, altre stagioni in cui ero vissuto»), tentava di ritagliarsi il ruolo di poeta-esule. Fu antifascista, conobbe l’ingiusta detenzione per cospirazione sovversiva nel 1936, fu comunista militante, e partecipò alla Resistenza e alle successive lotte sociali. Divenne, quindi, un intellettuale di sinistra molto attivo, animato dall’urgenza di militanza politica e dal solidale impegno civile (nel 1951 abbandonò, però, il Partito Comunista per dissidenza).
Dopo aver iniziato come poeta melodico sul solco di Salvatore Di Giacomo, divenne col tempo sempre più oscuro e allusivo, allontanandosi dai moduli della tradizione e fondando nel 1938 - insieme con Vasco Pratolini - la rivista letteraria “Campo di Marte” che diventò il vessillo dell’ermetismo. Baciato dal consenso del pubblico e dalla stima della critica, con “La forza degli occhi” vinse il premio Bagutta (1955) e con “Storia delle vittime” si aggiudicò il premio Viareggio (1966). Fu anche un acuto critico d’arte, mosso dall’amore per la scultura, la pittura e la moderna architettura oltre che dal desiderio di rinnovare forme e contenuti dell’arte. Al cinema - che amava - prestò il suo volto espressivo, segnato dalla vita, recitando in ottimi film di Pasolini, Rosi e Monicelli. Fu un fan entusiasta del ciclismo e, insieme all’amico Pratolini, seguì per l’Unità il Giro d’Italia (1947 e 1948), mentre dieci anni dopo fu inviato giornalistico al Tour de France (1957 e 1958). Dal 1974 fu collaboratore sportivo del quotidiano milanese Il Giornale, ai tempi della direzione di Indro Montanelli.
Con la sua poesia ricca di musicalità, celebrò i Martiri della Resistenza («...Tornerà tornerà, / d’un balzo il cuore / desto / avrà parole? / Chiamerà le cose, le luci, i vivi? / I morti, i vinti, chi li desterà?»), l’ideologia di sinistra con i suoi forti simboli (la bandiera rossa e il saluto comunista) ma anche l’amore per la donna, il dolore quotidiano e le meditazioni di morte, la memoria e l’oblio, la natura e la terra; e sempre si fece coinvolgere nella pena degli altri («...Immeritata la gioia / che non sia di tutti / e i nostri lutti / che non son nostri...»).
L’8 marzo del 1976, all’età di sessantacinque anni, Alfonso Gatto moriva in un incidente automobilistico che mise fine al suo confuso vagabondare di Uomo e al suo tormentato esistere di Poeta.

Di Silvia Iannello


Torna alla pagina delle news

Archivio News