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Nelson Algren, scrittore-avventuriero e amante di Simone de Beauvoir

Pubblicato il 30-03-2009


Cento anni addietro nasceva il grande scrittore americano Nelson Algren, sempre amato e popolare, il cantore (tra Twain e Kerouac) di un’altra America minore e smarrita, diseredata e violenta, selvaggia e romantica con le sue campagne desolate, i suoi bassifondi disperati, i relitti umani senza speranza, i malavitosi e i senza casa in lotta contro il disprezzo e il razzismo dei benestanti. I suoi miserevoli personaggi sono descritti nel loro fango con asciutto senso lirico e commossa partecipazione umana: sono «coloro che non possiedono nulla, assolutamente nulla, in una società dove proprietà e virtù sono la stessa cosa» ma che coltivano sogni, divorati da una rabbiosa voglia di riscatto.
Nelson Algren nacque a Detroit il 28 marzo del 1909; a 3 anni si trasferì a Chicago - la «sua» città imperfetta (aveva scritto: «Amare Chicago è come amare una bella donna col naso rotto») - insieme alla madre pasticcera e al padre meccanico. Sogna di fare il giornalista e riesce a laurearsi in Giornalismo all’Università dell’Illinois nel 1931, tremendo periodo di crisi e bancarotta; senza lavoro, lascia Chicago e vagabondando raggiunge il Texas, ove si ferma lavorando come benzinaio. Per scrivere il suo primo romanzo ruba una macchina da scrivere e finisce in prigione ma nel 1942 gli arride il successo con “Mai venga il mattino” che narra le avventure di una gang di piccoli criminali (conosciuto negli anni ’50 anche in Italia), anche grazie alle lodi sperticate di Hemingway, che lo considerava più grande di Faulkner. Sfonda poi definitivamente nel 1949 con “L’uomo dal braccio d’oro”, capolavoro teso e cupo che vinse il National Book Award e ispirò il famoso omonimo film di Otto Preminger del 1955 (forse la prima pellicola ad affrontare senza ipocrisie il tragico problema della droga e delle sue conseguenze). Algren non amò questo film: era stato invitato a scriverne la sceneggiatura ma la collaborazione col regista fu tanto disastrosa da citarlo in giudizio (in “Nonconformity”, uscito postumo nel 1994, scrisse: «Sono andato laggiù per mille dollari la settimana, ho lavorato lunedì e mi hanno licenziato mercoledì. Giovedì il tipo che mi aveva assunto aveva già lasciato la città»). Un entusiasta Hemingway scrisse di questo libro: «Non dovreste leggerlo se non sapete come s’incassa un colpo... Algren può colpire con ambedue i pugni e accerchiarvi...»; in effetti, le storie crude di Algren sono in grado di cambiare profondamente il modo di pensare dei suoi lettori.
A partire dal 1947 Algren fu l’amante “transantlantico” dell’anticonformista Simone de Beauvoir, compagna del filosofo esistenzialista Sartre e simbolo dell’emancipazione femminile, che sognando il mito americano era venuta negli USA per un ciclo di conferenze. Il loro amore difficile e complicato (Simone si rifiutava di lasciare Sartre, nonostante Nelson l’avesse chiesta in sposa) durerà per anni, mantenuta da uno stretto rapporto epistolare e da qualche visita reciproca. Algren, vero eroe da romanzo, si adirò per il rifiuto e la sua rabbia crebbe quando Simone de Beauvoir raccontò questa relazione appassionata ne “I Mandarini” (impudicamente, confessava che Nelson le aveva fatto conoscere quel piacere fisico che non aveva mai provato con Sartre, al quale l’univa amicizia e cameratismo). La rabbia di Nelson crebbe ancor di più quando Simone diede alle stampe le sue lettere, nelle quali lo chiamava «Mio adorato marito senza matrimonio... mio sposo del Missisippi... mio marito coccodrillo», firmandosi a sua volta «vostra moglie per sempre... la vostra moglie ranocchia». Nella raccolta “Lettres à Nelson Algren: Un amour transatlantique” (che includeva più di 300 lettere), così scriveva dei due locali di Wabansia Avenue abitati da Algren: «Viveva in una catapecchia, senza bagno né frigorifero, accanto a un vicolo pieno di bidoni dell’immondizia fumanti e giornali svolazzanti; questa povertà sembrava ristoratrice, dopo il pesante odore dei dollari nei grandi alberghi e nei ristoranti eleganti, che per me era duro da mandar giù.». Sylvie Le Bon (che ha tradotto e pubblicato queste lettere) ha raccontato di avere ripetutamente chiesto agli agenti americani di Nelson il consenso per pubblicare anche le lettere di lui ma il rifiuto era stato secco e totale. In un’intervista rilasciata il giorno prima della morte, un Algren furibondo e pieno di rancore disse: «Sono stato nei bordelli di tutto il mondo... ovunque le donne chiudono la porta. Questa donna invece ha spalancato la porta e ha invitato il pubblico e la stampa... si è comportata in maniera indecente.».
Nel 1956 pubblica “Passeggiata selvaggia”; scrisse: «Questo libro si chiede come mai dagli individui sperduti si sviluppino talora degli esseri umani migliori di quelli che non si sono mai sperduti nella loro vita»; il libro suscita critiche discordanti: alcuni critici lo esaltano, altri considerano la prosa di Algren scadente e i suoi temi di sinistra ormai superati: l’America del dopo-guerra non era più quella misera e disperata della Grande Depressione. L’insuccesso riacutizza le tendenze depressive dello scrittore che tenta il suicidio. Dopo un lungo periodo di silenzio, minato dall’alcol e divorato dal gioco d’azzardo, Algren muore a Long Island il 9 maggio del 1981 per una crisi cardiaca. Il comune di Chicago, in sua memoria, aveva tentato di cambiare il nome di West Evergreen Street in West Algren Street ma per le proteste dei residenti dovette ripristinare il vecchio nome; nel 1998 gli dedicò però una fontana nel triangolo polacco di Chicago (all’incrocio tra Ashland, Milwaukee e Division), quartiere che amò e descrisse nelle sue opere, nel quale visse a lungo (tra l’altro, polacca fu la seconda moglie Amanda Kontowicz).


Di Silvia Iannello


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