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Post - mulinux

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Umoristico / Re:Relazione per un'Accademia
« il: Luglio 01, 2013, 09:40:03 »
Non sposò la bella, né la brutta.
Le sposò in ordine di apparizione  :)

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Umoristico / Re:Relazione per un'Accademia
« il: Giugno 30, 2013, 22:55:51 »
La moglie é talmente brutta che sembra un uomo, Nuvola

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Umoristico / Re:Relazione per un'Accademia
« il: Giugno 11, 2013, 09:13:50 »
Pare che questo fosse un requisito pre-matrimoniale.

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Umoristico / Re:Relazione per un'Accademia
« il: Giugno 09, 2013, 21:49:05 »
Nihil: il povero Sacco alla fine sposò una ragazza che ha sempre chiamato semplicemente "Lui".
Cosa avrà voluto dire??

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Umoristico / Relazione per un'Accademia
« il: Giugno 08, 2013, 12:16:29 »
Nelle trasmissioni televisive qualche volta il pubblico mi chiede: “com'è che sei diventato un uomo famoso?”.

Tutto ebbe inizio col mio primo invito al Congresso Mondiale dei Fenomeni, una grande conferenza internazionale dove si discute di eccezioni, di comportamenti bizzari, di curiose stranezze e, qualche volta, anche di mostruosità naturali.

Tanto per farvi degli esempi: subito prima di me uno zoologo giapponese parlò dell’ aerodinamica dell’ impollinazione anemofila; un biologo americano parlò di percezione bilaterale nei barbagianni, poi altri che non mi ricordo e infine una biologa russa parlò di raganelle marsupiali e di come fecondassero le uova trasportandole sulla schiena.

Quando fu il mio turno, lo speaker annunciò: “Signori e signore, ecco a voi  l’uomo che non copulò mai!”, ed ero io.

Per due ore esatte, tra le esclamazioni di stupore che si levavano dalla sala, io parlai di me, di me, soltanto di me e della mia disgrazia. E più la lacrimevole matassa della mia storia si srotolava  davanti allo strabiliato pubblico, più io aggiungevo particolari scabrosi, e due signore della prima fila dovettero essere accompagnate fuori a braccio svenute.

Diavolo! Voi non ci crederete: gente che aveva sonnecchiato di fronte alle meraviglie della percezione bilaterale nei barbagianni,  al cospetto della mia storia si svegliò con un unico desiderio: più dettagli, più dettagli!  E cominciarono allora a fioccare le domande, sempre più prurigginose, e giù a chiedere particolari e  particolari sul mio disgraziato stato di totale non copulanza.

Chi volesse prendersi la briga di ampliare le leggi di Murphy, le leggi universali della sfiga umana, farebbe bene a dare un’occhiata al mio curriculum, prima di mettersi all’opera, amici miei!

Dopo quella prima pubblica confessione, o come si dice oggi, dopo quel mio primo outing, io non mi sono mai più nascosto. Anzi. La mia storia è diventata motivo di notorietà e non mi importa se vengo invitato ai convegni solo per fare ridere, purché mi paghino.

Mi par di vedere sui vostri volti, cari Lettori uomini di mondo, un certo stupore. Chi di voi mastica un po' di darwinismo non può accettare che meccanismi evolutivi così ben collaudati come gli incontri segreti, le lettere d'amore, i regalini,  insomma tutto l'armamentario del corteggiamento tra un uomo e una donna, abbia potuto nel mio caso fallire in maniera così completa. E talmente la cosa vi stupisce che dentro di voi (ne sono certo) l'avete alleggerita traducendola in modo più tollerabile, tipo: “conobbe poche, troppo poche donne”. Ma, Signori e Signore,  io vi devo deludere perché (e lo dico con rammarico) la cosa va intesa proprio in senso letterale: se contate tutte le donne della mia vita, la prima e l’ultima inclusa, si ottiene esattamente la cifra che ai greci non piaceva ma che gli arabi imposero, e cioè zero; né più, né meno.

Se c'è tra i miei lettori un antropologo, un etologo o uno psichiatra che voglia farsi carico del mio caso e studiarlo nei suoi risvolti umani, e non solo patologici, sarò ben lieto di inviare a lui materiale più adatto di questa semplice relazione, tra le quali alcune foto della signorina [omissis]  e tutto il carteggio tra me e lei.

Al lettore comune raccomando soltanto di allontanare, se può, dalla sua mente l'idea erronea che sia stata la mia trascuratezza, il mio scarso impegno a determinare l'insuccesso perché, in fede mia, mai il pensiero della donna si è affievolito in me, neppure quando lo scoraggiamento era tale farmi vedere nell’altro sesso “il  nemico”.

Vorrei parlarvi a lungo del mio unico contatto con quel pianeta sconosciuto che è  l'altro sesso e i cui confini io, da allora, non ho mai più voluto o saputo oltrepassare; e vi parlerei di [omissis], creatura fuggevole e ritrosa, e di me, uomo che la passione divorava senza posa, e di come la conobbi, di come la corteggiai in segreto, nell'ombra, ma il tempo a disposizone non me lo permette.

Non so più dire per quanti anni l’ho seguita ovunque, aspettando per ore nei crocicchi più deserti che lei incrociasse il mio sguardo errabondo, e tutto ciò soltanto per raccogliere un'occhiata distratta  (quando mi andava bene) o anche niente (quando mi andava male), perché questo era il suo meraviglioso gioco; un gioco che io giocavo assieme a lei, con entusiasmo.

Questo suo eterno fingere di non vedermi, di non riconoscermi; questo suo sorridermi alzando le sopracciglia quando  qualcuno mi presentava a lei (“Piacere ... piacere”) e il sentirmi nuovamente, ogni volta, chiedere cosa facessi nella vita, quanti eravamo in famiglia, e cose simili; questo suo fantastico modo di esclamare “Sacco chi?” quando le dicevo ancora una volta il mio cognome o mentre le stringevo la mano tutto tremante, mi facevano impazzire di inespressa delizia. E questo perché io, lungi dal trovare irritante questo suo comportamento, prendevo tutto come una forma di interesse, anche se un po'  originale.

Pensate che, molti anni dopo l’infelice episodio (che tutti conoscete), io ebbi per caso l'occasione di incontrarla, non so più dove (a Taurasi? A Napoli? Boh). Ricordo  che, dopo averle stretto la mano e averle chiesto, quasi commosso, se ancora si ricordava di me, lei fece oscillare il palmo della mano più volte, come per dire “si e no” e infine rispose “ma si! Ora mi ricordo: tu sei l’amico di Sacco!”.

Ecco, lei era così: ironica, ma sempre rispettosa dei miei sentimenti. Ed  anche ora che la nostra storia era finita, era bello vedere che ancora desiderava fare il nostro vecchio giochetto del “Sacco chi?”.
Ma mi sono ripromesso di raccontare anche in questa Accademia l’episodio, lo stesso che narrai in  quel  convegno di scienziati, per farvi vedere  di come certe volte il progresso tecnologico possa rivolgersi contro di noi. E la mia intenzione è di dire su quei fatti lontani tutta la verità, anche se il pudore, l'età e la dignità del mio stato presente mi consiglierebbero di tacere per sempre.

Chi mi conosce sa che io sono, per predisposizione congenita, un ragionatore quasi ossessivo. Io, ogni fatto della vita (se è già avvenuto, ma soprattutto se deve ancora avvenire) lo devo vagliare attentamente, lo devo capovolgere, rivoltatare, smembrare e ricomporre di nuovo, 100, 1000 volte, perché a me piace capire.
Il problema è di dire esattamente cosa avvenne in quel postribolo fetido, in quella stanza buia e senza forma, e non avrò problemi a farlo perchè i fatti di quella notte io li ho rivissuti tante e tante volte che si sono impressi nella mia mente con impietosa nitidezza, al punto che se io ora chiudessi gli occhi, potrei ripetere non solo tutto ciò che feci io e ciò che fece lei ma anche tutto ciò che pensai, prima, dopo e durante, come se stessi copiando direttamente dal referto di un medico legale.

E farò così, ad edificazione di quanti, privi come me di esperienza con le donne, complice la conoscenza lacunosa e approssimativa dell’anatomia femminile, possano in futuro incappare in disavventure quale quella che io ebbi a vivere quasi 25 anni fa, quand’ero ancora un ragazzo.

Quante volte ho già scritto e riscritto la pagina di quell’incontro? Mi pare ancora di vederla, muoversi come un'ombra, nel nero inospitale di quella stanza: lei, epicentro di mille fantasie, era davanti a me, da qualche parte, nel buio, fremente di desiderio, mentre io, impacciato, cercavo a tentoni il suo corpo e,  saggiandone le inaudite forme, cercavo un posto accanto a lei per ghermirla. Ma il buio, che le pupille non ancora adattate esaltavano, mi impediva quella precisione dei movimenti che ogni azione umana (ma specialmente questa) sempre richiede; cosicché, con grande delusione, vedevo come ogni mio sforzo andava perdendosi nel nulla, al punto che più di una volta l’imperizia mi condusse in posizioni innaturali o quanto meno inadeguate all’azione, lontano dalla meta agognata, o addirittura in posizioni diametralmente opposte.

Era lei stessa che deviava il mio impeto anche se non so se lo facesse per troppa foga o troppo poca, così come non saprei dire se quel suo ansimare rabbioso era per respingermi o per incoraggiarmi, fatto sta che la pelle incredibilmente liscia del bacino, quasi di seta, oramai mi aveva totalmente rapito. Dopo un po', fiaccatesi in parte le mie forze e anche le sue, mentre nel frattempo l’avevo anche sommariamente denudata, quella specie di grottesca lotta improvvisamente finì ed io, come per incanto, mi ritrovai in una posizione che dovetti giudicare favorevole, giacché  fu a questo punto che feci un primo tentativo di congiungimento, seguito da un secondo, da un terzo, fino a perderne il conto.

Sapevo bene che le vergini non sono facili da espugnare e potei giudicare io stesso la veridicità di quest’affermazione dal numero di attacchi lanciati e miseramente falliti. Ma tutto quanto io avevo letto sulla verginità femminile s’era sempre limitato ad una fumosa teoria di tenui veli e robe simili, mentre ora mi sembrava d'avere contro di me una maglia d’acciaio, la cui resistenza sembrava  proporzionale al mio ardore, e che quanto più mi spingevo al di là del varco, tanto più essa mi ricacciava indietro.

In quel momento pensai a quel passo del  Primo Canto della Divina Commedia in cui Dante, nel risalire il monte, dice di sentirsi respinto da una fiera, “che ancora il dir rinnova la paura” e mi rifugiai nella contemplazione di questo passo, così come faccio ancora adesso, quasi a voler ricercare un’intima consolazione tutta letteraria a quanto andavo frattanto scoprendo, e che cioè la pelle di nessuna donna può essere così simile alla seta, se non una seconda pelle, e che quello che io non riuscivo a penetrare non era altro che quel tipo di calza molto alta che, con parola straniera, chiamano collant.

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Umoristico / Re:L'igrometro a capello
« il: Maggio 29, 2013, 23:22:29 »
Questo é forse il mio scritto più vecchio.
Con gli anni si perde un po' in freschezza, vero?

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Presentazioni / Re:Sono mulinux
« il: Maggio 29, 2013, 11:18:18 »
Peccato che la piattaforma software che avete scelto di usare per questo forum non permetta interazioni come un semplice "mi piace", sui post altrui.

Inoltre,  i racconti vengono inpaginati in maniera piuttosto "alla buona".

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Umoristico / Re:Tacito
« il: Maggio 29, 2013, 11:15:25 »
grazie per gli incoraggiamenti  :happy:

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Presentazioni / Re:Sono mulinux
« il: Maggio 28, 2013, 22:42:24 »
fatto ... L'igrometro a capello :-)

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Umoristico / Re:L'igrometro a capello
« il: Maggio 28, 2013, 21:16:22 »
E' un pò lungo ...
Questo racconto lo dedico  a Rubio :-)

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Umoristico / L'igrometro a capello
« il: Maggio 28, 2013, 21:15:15 »
Tutti gli scienziati, anche quelli contesi dalle accademie più prestigiose al mondo, hanno iniziato da qualche parte. Io iniziai così.

Avevo 13 anni quando un amico di mio padre mi regalò tre libri per la scuola media, di quelli zeppi di figure e di illustrazioni colorate. Tre libri qualsiasi, per i più; tre autentiche bibbie, per me, avido di Scienza quale ero.

In quei tre magnifici libercoli, che spaziavano con aurea presunzione su tutto lo scibile umano, dalla Fisica all’Anatomia Umana, dalla Biologia alla Meteorologia e chi più ne ha più ne metta, io affondai le mani con l’entusiasmo che solo un ragazzo può avere.

Spesso i giornalisti mi chiedono come e quando nasca l’inclinazione per alcune discipline invece che per altre, ma con la biologia in realtà ebbi sfortuna fin dall’inizio e anche adesso, quando penso alle ore passate a guardare al microscopio  un impasto di fango  e di acqua putrida senza che mai un’ameba o almeno un paramecio si facesse vedere, debbo dire che mi viene da ridere.

Ma col secondo volume, la Fisica, le cose cambiarono completamente. In questa parte vi erano  descritti, e con una certa minuzia devo dire, una gran quantità di straordinari strumenti, a dir il vero assai più facile a comprarli già fatti che a farseli da se, quali: barometri a membrana, termometri a lamina metallica, microscopi a goccia d’acqua, camere di proiezione a scatola di cartone, insomma... tutta una serie di marchingegni strabilianti e necessarissimi, di cui io godevo già semplicemente a pronunciarne i nomi e che l’Autore del libro, un uomo indubbiamente di eccezionale valore, assicurava facilissimi da costruire col solo materiale che uno può reperire nel ripostiglio di  casa sua.

Nel corso di una gran quantità di mesi (giacché il mio inizio non è stato soltanto travagliato ma, debbo dire, anche alquanto lungo) tutti io provai a fabbricarli e molti infatti io ne realizzai, se la memoria non mi inganna, della riuscita dei quali non voglio ora parlare, per non interrompere il filo del racconto.

Naturalmente l’Autore, il quale forse aveva  descritto nel suo libro tutti quell'apparecchi soltanto col meritevole intento di rendere più comprensibili e meno astratte le sue spiegazioni, non avrebbe mai neanche immaginato che un bel giorno un giovane pazzo avrebbe cercato di realizzarli per davvero.

La maturità è anche misura e ponderatezza e ciò che oggi mi è evidente, ovverosia che ci sono macchine destinate per principio a non funzionare, ieri mi sarebbe sembrato ripugnante. Il caso dell’igrometro a capello è, sotto tutti gli aspetti, emblematico.

Questo strumento, nelle mie speranze e secondo quanto il libro rigorosamente asseriva, avrebbe dovuto misurare l’umidità dell’aria, una cosa questa che mi parve subito degna di essere perseguita con la massima tenacia, non solo per il suo valore formativo, ma anche e soprattutto per la sua indubbia utilità pratica.

Il principio costruttivo era semplice: su un pezzo di compensato rettangolare avrei dovuto montare tutta una serie di giunti  e appendervi un lungo capello con un peso all’estremità.

Mediante un facile manovellismo, nella cui tecnica io molto ormai mi ero impratichito, si collegava al capello una lancetta e si fissava al compensato una scala graduata di forma semicircolare. Prima di poterlo effettivamente usare, lo strumento andava appropriatamente tarato, cosa che avrei fatto certamente in seguito, non appena avessi capito con più precisione di cosa esattamente si trattasse.

Era la prima volta che nel progetto compariva un componente così insolito quale un capello umano. Fu una cosa che mi affascinò subito anche perché, inutile nasconderlo, di questa meravigliosa proprietà, e che cioè i capelli si allungano col vapor d’acqua, io non avevo mai sentito dir nulla, eppure ero uno che leggeva.

Feci, perciò, qualche esperienza preliminare con qualche capello dei miei. Sapevo molto bene che un esame introduttivo del problema porta via, è vero, qualche minuto ma può evitare grosse catastrofi. La storia della scienza ce lo insegna.

Alle prime prove, così, a mano, non mi fu possibile rivelare l’effetto, o non si verificava nella misura in cui me l’aspettavo.
Bisogna anche dire che allora, per i maschietti, si usava un taglio notevolmente incisivo, il cosiddetto taglio All’Umberto e, tranne che in qualche punto, evidentemente per distrazione del barbiere, nessuno dei miei capelli superava i due centimetri di lunghezza.

Fu ben presto chiaro, infatti, che capelli più lunghi si sarebbero allungati di più, a motivo di universali leggi di proporzionalità. Questo nel libro non c’era scritto, ma fu una facile e ovvia estensione della teoria. Semprecchè, beninteso, io non avessi capito male e il capello, invece di allungarsi, avrebbe dovuto per converso accorciarsi, che è come dire rattrappirsi.

Non era un dubbio di poco conto, certo, ma dovetti metterlo da parte e rimandare a tempi migliori la verifica.

Messo a punto il manovellismo e tutta la parte più propriamente meccanica solidale con la scala graduata, non mi occorreva che il solo capello.
Chi, fra le persone di casa, aveva capelli sufficientemente lunghi per i miei scopi? Una donna, certamente.
Non avendo mai avuto sorelle, la risposta era una sola: Alba, il cui nome era una promessa, e cioè la mia preziosa genitrice che già altre volte, con spirito di abnegazione e sublime sacrificio, aveva collaborato alle mie costruzioni.

Con un pensiero volto ad Archimede, il grande Siracusano, protettore di tutti i geni, e un pensiero volto a Madame Curie, che era pure lei una donna, il pomeriggio del 28 aprile 1973 affrontai mia madre, l’ultima erede di una grande famiglia di contadini installatasi in quelle terre almeno 10 secoli prima.

Accortasi che da tempo fissavo la sua corvina chioma con interesse quasi contro natura, ad un certo punto mia madre mi disse: “E adesso, cosa vuoi?”. Ella infatti mi conosceva a fondo e sapeva che io non guardo mai in quel modo per nulla.
Le esposi il mio progetto, ma senza entrare troppo nei dettagli. Parlai per circa 20 minuti, forse troppo. Ma volli evitare i termini che potessero sembrarle eccessivamente tecnici e, per far ciò, dovetti usare molte perifrasi.

Tranne che in qualche punto, mia madre mi ascoltò con attenzione e interesse, dall’inizio alla fine. Quand’ebbi finito, mi disse:
“Che c’entra adesso l’umidità? Ma quando mai questa casa è stata umida?”
“Mammà”, le dissi io, “qui si tratta di uno strumento scientifico. Tu dammi il capello e non ti preoccupare”.
Avutolo, corsi subito giù, nel mio munitissimo laboratorio, con l’esile componente ben stretto tra il pollice e l’indice nella mano mano e, senza frapporre indugi, cominciai subito ad installarlo nella posizione prevista.

Ma da qualche parte era scritto che le mie fatiche dovevano essere ben più grandi, e così molti capelli spezzai quel pomeriggio e molti di più andarono dispersi tra i miei martelli e i miei cacciavite.

“Adesso basta!”, urlò mia madre ad una mia ennesima richiesta di capelli.
“Quelli MI FANNO MALE QUANDO LI TIRO, lo vuoi capire o no? E fatteli dare da nonna”.
“Quelli di nonna non vanno bene”, replicai io, che avevo previsto l’obiezione, “a me servono capelli giovani, sensibili. Quelli di nonna non si allungano neanche con la morsa”.

Io, che più volte in passato avevo prelevato parti elettriche non essenziali da radio perfettamente funzionanti per impiegarle nelle mie invenzioni, ero in realtà preparato al fatto che i maggiori ostacoli all’impresa dovessero provenirmi proprio dal componente a più alto contenuto umano dell’intero apparato, ma che proprio mia madre si fosse rifiutata di collaborare, questo non l’avrei mai creduto!
“Va da zia Nina, che è giovane, e vedi che i capelli te li dà”, concluse mia madre, andandosene.

Mia zia Nina, accanita lettrice di fotoromanzi, abitava allora poco sotto la nostra casa e, sebbene non di ottima colorazione, aveva buoni capelli. Certo, potendo scegliere, avrei preferito capelli di color nero e non castano, colore questo indubbiamente meno intonato al resto delle parti metalliche.
Di igrometri e di umidità mia zia non volle sentir nulla e fu molto meglio così, perbacco. Fatto sta che a tarda sera io avevo finalmente tra le mani i tanto agognati capelli di zia Nina. Una vera meraviglia: lunghi e robusti come fil di ferro.

Sotto la tenue luce di una candela, mi misi all’opera colmo di trepidazione.

Verso le 22.30, al quindicesimo storico tentativo, l’impresa riuscì e il capello penzolava, intero, dal giunto principale.
Non sarebbe corretto esagerare i miei meriti, soprattutto a questa distanza, ora che non possono  più essere provati, ma, in tutta sincerità, non credo che Edison, allorché montò il fragile filo carbonizzato nel bulbo della prima lampadina elettrica della storia, faticò quanto faticai io con quel benedetto capello.

In quel momento, pensai a Enrico Fermi, pensai a Rasetti, a Emilio Segre, e avrei voluto anch’io un fiasco di Chianti per apporvi sopra le firme, la mia, quella di mia madre, quella di mia zia e, perché no, anche quella di mia nonna, se le fosse riuscito di farne una dignitosa (1).

“Non mi resta che tararlo, ora”, dissi, pieno di commozione.

Il testo, su questo punto, era più nebuloso  che mai. Recitava pressappoco così: per tarare la scala, esporre l’intero apparecchio ai vapori di una pentola e fissare questo valore come UMIDITA’ 100%.
Col senno di poi si potrebbe giudicare ciò cosa facile , in ispecie se non si tiene in considerazione la forma bizzarra  che, a seguito di una serie di impetuosi rimaneggiamenti, l’attrezzo aveva assunto.
Ma ciò che sembrava, a parole, una cosa da nulla, in pratica si rivelò un’impresa eroica.

Quando mia madre mi vide con questo macchinario bulboso sospeso sulla pentola che bolliva, pensò che volessi cuocerlo e mangiarmelo e fu cosa veramente ardua spiegare anche a lei cosa cavolo fosse una taratura e un fondo scala.

Nella foga delle spiegazioni, mi dimenticai dell’igrometro.

Ormai rattrappito e lesso, il capello di mia zia si fuse in più punti. Il destino del pesetto che vi era appeso  fu ancora più atroce, inquantocchè cadde giù nell’acqua bollente, tirando giù con sé buona parte dei manovellismi.

Mi persi d’animo. Furibondo, distrussi l’igrometro con un calcione, recuperando però le parti più preziose e che sarebbero sicuramente servite per la costruzione di qualche altro apparecchio a cui stavo già pensando.

Cominciò così la lunga parabola, o meglio ancora l’iperbole, che dall’igrometro a capello mi condurrà alla scoperta di almeno una trentina di mesoni vettoriali mai visti prima, con le loro controparti assiali, e infine al meritato e tanto sospirato Premio Nobel per la Fisica che, a quanto mi dicono, non dovrebbe tardare ancora molto.

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Umoristico / Re:Tacito
« il: Maggio 28, 2013, 21:12:03 »
Però, una cosa del genere, sarebbe potuta accadere veramente.
Te lo immagini?
Un grande generale che fa outing con uno che ritiene una nullità, e che invece è (o diventerà) Tacito, il grande storico.
E il grande storico, per vendicarsi della sua supponenza, lo cancella dalla Storia, per sempre, senza appello.
Damnatio memoriae!

Terribile

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Presentazioni / Re:Sono mulinux
« il: Maggio 28, 2013, 21:08:59 »
Ho visto che Rubio scrive di Fisica, infatti.
Quasi quasi lo metto anch'io uno dei miei più bei racconti, in cui la scienza fa da sottofondo
alle frustrazioni di un ragazzino pieno di sogni di grandezza.

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Umoristico / Re:Tacito
« il: Maggio 28, 2013, 13:44:16 »
Esatto.
Ma dovrei cambiargli il titolo. Troppo anticipatore ...

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Presentazioni / Sono mulinux
« il: Maggio 27, 2013, 21:59:39 »
Ciao a tutti, sono mulinux, dove mu stat per mu, cioè la lettera greca che significa 10^-6 e si legge micro, e linux è un celebre sistema operativo per computer.

Sono uno scienziato (si vede, eh!) ma mi diletto di scrittura, principalmente di tipo umoristico, oltre che di musica e di informatica.

Vivo in Toscana, in provincia di Pisa.

Nacqui relativamente giovane in un piccolo paese del Sud Italia, dove nell'eterna siesta estiva il sole batte sempre perpendicolarmente
sulla testa dei poveri abitanti.

Nel paese dove sono nato io c'erano solo quattro cose: il fiume, la ferrovia, la banda e la Democrazia Cristiana.

Verso i 18 anni, accortomi che le prime tre cose erano andate in malora,  decisi di fuggire nel ricco e
mitico Nord, rimbalzando un paio di volte, tra una regione e l'altra,  per poi fermarmi qui: nel Centro.

Ed eccomi qua.

Il mio sogno sarebbe fare lo scrittore. Scrivere, scrivere.
Una ossessione che ho dall'età di 17 anni.
Non passa giorno che non ci penso almeno una volta.

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