Scrittura creativa

Fuori Tema => Cogito ergo Zam => Topic aperto da: Doxa - Luglio 02, 2015, 09:44:50

Titolo: "Vizi privati, pubbliche virtù"
Inserito da: Doxa - Luglio 02, 2015, 09:44:50
“Vizi privati, pubbliche virtù”: è il titolo di  un film del 1976 diretto dal regista ungherese Miklós Jancsó. Tale titolo deriva da un poema satirico di Bernard de Mandeville (1670 – 1733), medico e filosofo olandese di origine francese. Trascorse gran parte della sua vita in Inghilterra dove pubblicò i propri scritti con i quali contestava le convinzioni sociali e morali del suo tempo.
Nel suo libro titolato: “La favola delle api: ovvero vizi privati, pubbliche virtù”, de Mandeville critica l’ipocrisia della società inglese, che vuol far vedere di essere virtuosa nascondendo i vizi degli individui.  Egli sosteneva che è la ricerca della soddisfazione dei propri vizi (come il lusso, lo sperpero, l'invidia, la lussuria, ecc.) che fa sviluppare e prosperare la società poiché il loro perseguimento fa aumentare i consumi dei più ricchi, contribuendo a fare circolare il denaro e ad aumentare il lavoro per le classi più povere. Coloro che invece impostano la loro esistenza secondo il virtuoso principio dell'accontentarsi della propria condizione conducono la loro vita nella rassegnazione e nella pigrizia danneggiando la produzione industriale, causando la povertà della nazione e ostacolando lo  sviluppo che stava inducendo l'Inghilterra alla Rivoluzione industriale.

Ma cos’è un vizio ? E’ un’abitudine considerata sbagliata o dannosa dalla morale sociale.

Il sostantivo “morale” deriva dal latino “moralia” ed indica i valori  etici, sociali e religiosi  che guidano le azioni degli individui nei contesti sociali. I modelli comportamentali vengono realizzati  mediante il perseguimento delle norme di comportamento.

Con moralità si indica invece l'insieme delle convenzioni e valori di un determinato gruppo sociale,  di una società o di un individuo.
Dal punto di vista morale il vizio è contrapposto alla virtù.

La religione cristiana insegna che i vizi derivano dai peccati.

Il peccato deriva dalla libera volontà dell’individuo.

Secondo il catechismo della Chiesa cattolica il peccato è una trasgressione verso Dio e verso il prossimo.

Il peccato è un atto personale, ma si diventa corresponsabile se si coopera nei peccati commessi dagli altri, prendendovi parte direttamente e volontariamente; comandandoli, consigliandoli, lodandoli o approvandoli; non denunciandoli o non impedendoli, quando si è tenuti a farlo; proteggendo coloro che commettono il male. Così il peccato rende complici ed instaura la violenza e l'ingiustizia, diventa “peccato sociale”.

I peccati possono essere distinti secondo il loro oggetto, oppure secondo i comandamenti o le virtù  cui si oppongono.

I peccati vengono suddivisi a seconda che riguardino Dio, il prossimo o se stessi; si possono distinguere in peccati spirituali e carnali, in peccati di pensiero, di parola, di azione e di omissione.

I peccati vengono valutati in base alla loro gravità e distinti tra peccato mortale e peccato veniale.

Il peccato mortale è una violazione grave della Legge di Dio, che viene compiuta con consapevolezza e consenso.  La gravità della violazione e dei peccati è precisata dai dieci comandamenti. 

Invece si commette il peccato veniale quando non vengono rispettate le prescrizioni della legge morale oppure la si disobbedisce senza consapevolezza o senza consenso.

Il peccato trascina al peccato; con la ripetizione dei medesimi atti genera il vizio. Ne derivano perversioni che ottenebrano la coscienza e alterano la concreta valutazione del bene e del male. In tal modo il peccato tende a riprodursi e a rafforzarsi.
 
I vizi possono essere catalogati in parallelo alle virtù alle quali si oppongono, oppure essere collegati ai  “vizi o peccati capitali”, così denominati  perché generano altri peccati, altri vizi. Sono la superbia, l'avarizia, l'invidia, l'ira, la lussuria, la golosità, la pigrizia o accidia.

Sono “vizi capitali” se considerati come abitudine o propensione; quando invece essi vengono considerati come atti  vengono definiti “peccati capitali”.

Prima del vizio vi è l'atto peccaminoso: è la ripetizione a creare l'abitudine e quindi il vizio. 

A detta di Tommaso d’Acquino chi è dominato da qualche vizio capitale è capace di commettere qualunque peccato o delitto pur di soddisfare la sua viziosa passione.
Titolo: Re:"Vizi privati, pubbliche virtù"
Inserito da: Doxa - Luglio 03, 2015, 10:06:26
Nel nostro tempo il sostantivo “vizio” lo usiamo spesso non per indicare una colpa morale ma l’abuso di sostanze che provocano intossicazioni e gravi malattie, come l’alcolismo, il tabagismo, la ludopatia o vizio del gioco con perdita di denaro. Questi “nuovi vizi”  connotano l’incapacità individuale di contenere e gestire le conseguenze autodistruttive che  derivano da determinate scelte ed azioni. Sono comportamenti devianti o auto lesivi, riconducibili a varie forme di malessere e di disagio psico-sociale, senza legame con i peccati, i vizi e le virtù.

La prima sistematica opposizione tra vizi e virtù fu elaborata dallo spagnolo Aurelio Prudenzio Clemente (in latino: Aurelius Prudentius Clemens, 348 – 413 circa) che nella “Psychomachia” ("Lotta dell'anima") descrive in forma epica la lotta spirituale dell'anima, supportata dalle virtù cardinali, contro l'idolatria e i corrispondenti vizi. Quest'opera esercitò una forte influenza sulla poesia medievale e sulla letteratura cristiana in generale.

Lo scontro tra il Bene ed il Male fu poi oggetto di riflessione  da parte di altri filosofi e teologi, come i monaci Evagrio Pontico (345 - 399)  e Giovanni Cassiano (360 circa – 435) che elaborarono un elenco di otto “pensieri malvagi”.

Ad Evagrio Pontico si deve la prima classificazione dei sette peccati o vizi capitali, e dei mezzi per combatterli. In particolare, egli divise la tristezza come vizio a sé, successivamente accorpata come già effetto di accidia o di invidia, stessa cosa accadde per la vanagloria, accorpata successivamente nell'unico vizio della superbia. Gli altri vizi sono gli stessi giunti a noi (ira, lussuria, avarizia, gola, invidia).

Due secoli dopo il pontefice Gregorio I, detto “magno” (pontificò dal 590 al 604)  nel suo “Commentario al libro di Giobbe”, descrisse i sette peccati capitali. Si basò sul numero 7 perché simbolo biblico utilizzato per indicare la perfezione  dell’eternità. Egli
considerò l’origine dei vizi nella superbia, il primo peccato di Lucifero e di Adamo, che si erano ribellati al volere divino. Dalla superbia derivano gli altri vizi: “la vanagloria genera l’invidia poiché chi aspira a un potere vano soffre se qualcun altro riesce a raggiungerlo. L’invidia genera l’ira, perché quanto più l’animo è esacerbato dal livore tanto più perde la mansuetudine. Dall’ira nasce la tristezza, perché la mente turbata è confusa, e dalla tristezza si arriva all’avarizia … (Gregorio Magno, “Moralia in lob”).

Il filosofo e teologo Tommaso d’Aquino, nelle sue “Quaestiones disputatae. De Malo”, definì  ognuno dei vizi e scrisse che il numero sette risponde alle sette fondamentali tentazioni viziose dell'individuo, il quale disordinatamente desidera quattro specie di beni, e rifugge da tre altri beni, perché a questi è congiunto il male.
Il primo bene desiderato è di ordine spirituale, ed è la propria eccellenza, l'onore e la gloria, che, desiderati disordinatamente causano la superbia e la vanagloria.
Altro bene è quello del corpo, che è duplice:
la conservazione dell'individuo; il disordinato uso dei cibi e delle bevande è causa del vizio della gola (secondo bene);
la conservazione della specie; il disordinato uso della  sessualità è causa della lussuria (terzo bene).
Il quarto bene sono le ricchezze, l'attaccamento alle quali e l'uso non secondo la retta ragione è causa dell'avarizia.
Vi sono poi i tre beni da cui l'uomo rifugge disordinatamente:
il proprio bene spirituale, che si trascura a causa della fatica, e in ciò consiste l'accidia;
il bene altrui, che si rifugge in quanto menoma la nostra eccellenza, da cui l'invidia;
ancora il bene altrui, che si fugge e spinge alla vendetta; ciò causa l'ira.

Nel medioevo il settenario dei vizi  divenne il principale schema di interrogazione del penitente, perché i vizi e le virtù  definiscono la realtà terrena ma all'interno di una prospettiva escatologica: l’individuo  è giudicato da Dio in funzione dei suoi peccati e delle sue virtù, ricevendo la ricompensa del paradiso o il castigo dell'inferno.

La lotta spirituale tra Bene e Male ispirò molti artisti, specie nelle sculture romaniche e gotiche. Nei cosiddetti “bestiari” la rappresentazione di animali e l’assegnazione simbolica ad essi di caratteristiche umane assunse valore tematico nell’iconografia, privilegiando fra le varie forme di illustrazione allegorica quella dei vizi e delle virtù, come il ciclo di affreschi realizzato da Giotto, tra il 1303 ed il 1305, nella Cappella degli Scrovegni a Padova. Le pareti su cui sono dipinte, in sequenza l’una di fronte all’altra, inquadrano il Giudizio Universale dove c’è la partizione tra i “dannati “e i “beati”.
Titolo: Re:"Vizi privati, pubbliche virtù"
Inserito da: Doxa - Luglio 05, 2015, 10:02:33
Il filosofo e medico britannico John Locke (1632 – 1704) nel suo “Saggio sull’intelletto umano”, pubblicato nel 1690, sostiene che il bene e il male morale sono soltanto la conformità o discordanza delle nostre azioni rispetto alle leggi vigenti.

Per Locke ci sono tre specie di norme o leggi morali cui gli individui fanno generalmente riferimento per le loro azioni: la legge divina, la legge civile e la legge dell’opinione (privata e pubblica). Dal rapporto che le loro azioni hanno con la legge divina  le persone giudicano se esse siano peccati o doveri; con la legge civile giudicano se siano delittuose o innocenti; con la terza, se siano virtù o vizi.
 
Giudicare, valutare ciò che è bene e ciò che è male; sottoporre  persone o cose al giudizio, esprimere un giudizio di valore, di merito, di approvazione, di biasimo, di condanna, ecc..

Il sostantivo “giudizio” deriva(dal latino “iudicĭum” e questo da  iūdex iudĭcis ‘giudice’. Emettere un giudizio significa  esprimere una sentenza, ma la parola giudizio viene anche usata come sinonimo di opinione su persone o fatti.

Un giudizio di valore è basato su un sistema di valori, valuta la liceità o l’utilità di qualcosa. Può essere espresso anche sulla base di considerazioni personali, opinabili e parziali, piuttosto che su un ragionamento razionale, equilibrato e oggettivo, anche se la reale oggettività è impossibile, e pure l'analisi razionale è basata su un insieme di valori, perciò qualsiasi conclusione è necessariamente un soggettivo  giudizio di valore.

Un giudizio è detto “a priori” se non è dedotto dall'esperienza personale  ma da principi considerati veri e indiscutibili.  E’ invece detto “giudizio a posteriori”  se deriva dall’esperienza personale.  In psicologia cognitiva indica un giudizio (o un pregiudizio), non necessariamente corrispondente all'evidenza, sviluppato sulla base dell'interpretazione delle informazioni in possesso, ma che può indurre  ad un errore di valutazione o mancanza di oggettività di giudizio.
La distorsione della valutazione causata dal pregiudizio si dice “bias” in psicologia. La mappa mentale d'una persona presenta bias laddove è condizionata da concetti precedenti non necessariamente connessi tra loro da legami logici e validi.
Il bias, contribuendo alla formazione del giudizio, può quindi influenzare un'ideologia, un'opinione, e un comportamento.

"Giudizio temerario". Nel catechismo della Chiesa cattolica c’è scritto che  il rispetto della reputazione delle persone rende illecito ogni atteggiamento ed ogni parola che possano causare un ingiusto danno. (2477)
Si rende colpevole di giudizio temerario  chi ammette come vera una colpa morale del prossimo senza sufficiente fondamento.
Un giudizio negativo su una situazione che non si conosce è un giudizio temerario, una mancanza di carità verso il prossimo.

Dal libro della Sapienza: “…Guardatevi da inutili mormorazioni, preservate la lingua dalla maldicenza: una bocca menzognera uccide l’anima”. 

Nella  Bibbia ci sono episodi sui danni morali  alle persone calunniate. Un esempio è quello di "Susanna e i vecchioni”,  narrato nel capitolo 13 del Libro di Daniele.
Titolo: Re:"Vizi privati, pubbliche virtù"
Inserito da: Doxa - Luglio 06, 2015, 10:06:16
Vizi e virtù sono indicati anche nella “Commedia”, con la quale Dante Alighieri racconta il viaggio immaginario attraverso tre regni ultraterreni: Inferno, Purgatorio e Paradiso.
 
Il mondo infernale dantesco è complesso e denso di riferimenti mitologici, teologici e giuridici.

Nella “selva oscura” (Canto I dell’Inferno) l’Alighieri incontra tre animali che simboleggiano alcuni dei vizi capitali: una lupa, un leone ed una lonza (= lince o leopardo); la lupa evoca l’avarizia, il leone la superbia, la lonza la lussuria.
 
L’Inferno è suddiviso in cerchi dedicati ciascuno ad un differente vizio capitale nei quali vengono puniti secondo la “legge del  contrappasso” coloro che in vita vi si dedicarono, peccando.

La legge del contrappasso (dal latino contra e patior, "soffrire il contrario") è un principio che regola la pena che colpisce i rei mediante il contrario della loro colpa o per analogia ad essa. È presente in numerosi contesti storici e letterari d'influenza religiosa.

Sono destinate all’Inferno le anime di coloro che non si pentirono dei peccati commessi.

L’Inferno cristiano è un luogo di eterni tormenti, voluto da Dio per l’applicazione della sua Giustizia. È un’immane voragine che sprofonda verso il centro della terra, che Dante e Virgilio percorrono scendendo a spirale attraverso i nove cerchi in cui è suddiviso. Più si scende, più si è lontani da Dio e maggiore è la gravità del peccato compiuto dai dannati ivi puniti; a ogni colpa viene attribuita una pena secondo la legge del contrappasso: ogni dannato subisce una punizione che richiama la colpa commessa, per analogia o per contrasto.

Invece la struttura morale del Purgatorio segue la classificazione tomistica dei vizi e non fa  riferimento a singole colpe. Esso è suddiviso in sette cornici, nelle quali si espiano i sette peccati capitali.

Il Purgatorio è speculare all’inferno perciò non è una voragine ma una montagna, suddivisa in Antipurgatorio, Purgatorio e Paradiso terrestre.  Anche l'ordine dei peccati è capovolto: dal peccato più grave  si passa a quello più lieve.

Il Purgatorio ha la funzione specifica di espiazione e riflessione per chi in vita si pentì sinceramente delle proprie colpe. In questo luogo ultramondano i peccatori sono divisi in tre grandi categorie a seconda della colpa commessa e vi sostano per un tempo variabile per poi accedere nel Paradiso terrestre. 

Ai tempi di Dante il secondo regno (Purgatorio) era creazione recente della Chiesa cattolica essendo stato ufficialmente definito solo nel 1274: secondo alcuni storici della Chiesa l’invenzione” del Purgatorio servì per lucrare sul pagamento da parte dei fedeli delle preghiere, destinate ad attenuare le pene cui i penitenti erano sottoposti (e in effetti Dante sottolinea a più riprese nella Cantica che i fedeli con le preghiere possono abbreviare la permanenza delle anime nel Purgatorio, ma ciò indipendentemente dal denaro versato o meno alle istituzioni ecclesiastiche).

Terminato il periodo di attesa nell’Antipurgatorio i penitenti attraversano la porta del Purgatorio che è presidiata da un angelo, ed accedono alle sette Cornici in cui è suddiviso il monte. In ogni Cornice è punito uno dei sette peccati capitali, in ordine decrescente di gravità e dunque con un criterio opposto rispetto all'Inferno.

Sulla vetta del monte del Purgatorio Dante colloca il Paradiso terrestre, il terzo regno, l’Eden: è il meraviglioso giardino descritto nell'Antico Testamento (Gen., II, 8-17; III, 24) dove Adamo ed Eva soggiornarono prima della loro cacciata in seguito al peccato originale.

Nel Paradiso è presente l'eterna beatitudine: le anime contemplano la divinità di Dio ed il il ciclo di purificazione delle colpe viene completato con l'immersione nelle acque del fiume Letè, che annulla il ricordo delle colpe, e dell'Eunoè, che vivifica il ricordo del bene compiuto nell'esistenza terrena.

Il poeta latino Virgilio che ha guidato Dante nella discesa all’inferno e nella salita del monte del Purgatorio, quando giunge nell’Eden lascia la guida a Beatrice e scompare.

L'amata Beatrice dà a Dante lezioni didascaliche di teologia per risolvere i continui dubbi del poeta, ma non è lei ad accompagnarlo fino alla visione di Dio: il suo ruolo di guida della Fede è completato da San Bernardo, teologo mariano che intercede presso la Vergine per permettere a Dante di raggiungere la meta del suo lungo viaggio.
Titolo: Re:"Vizi privati, pubbliche virtù"
Inserito da: Doxa - Luglio 07, 2015, 10:48:21
Per l’inglese John Bossy, docente di storia sociale del cristianesimo, nel medioevo  i sette vizi capitali  furono utilizzati dai sacerdoti come schema di interrogazione dei penitenti. Vizi e virtù  consentivano  ai confessori-penitenzieri di sondare e categorizzare le azioni  delle persone,  per  dare i consigli necessari per contrastare il male, considerato oltraggio a Dio e all’ordinamento morale da Lui stabilito.

In epoca rinascimentale cominciò il lento tramonto del settenario dei vizi a favore dei dieci comandamenti, delle  virtù laiche e civili; poi ci fu la critica protestante alla “sacrilega tirannide” della Chiesa cattolica e alle sue “invenzioni”, tra le quali quella della dottrina dei sette  vizi capitali, elaborate, secondo l’opinione di Lutero, per terrorizzare le coscienze dei fedeli e disciplinarne i comportamenti.

Lo psichiatra Ferruccio Antonelli nel suo libro titolato “Psicologia dei vizi capitali”, definisce questi  comportamenti espressione e conseguenza di problemi psicologici che disturbano l’esistenza degli individui e minacciano l’equilibrio emotivo. Sono sintomi che possono evolvere in psicopatologie.

Superbia, ira, gola, invidia, avarizia, lussuria, accidia: sono vizi criticati dalla morale cristiana perché li considera peccati, invece la psicologia li esamina senza emettere giudizi di valore, evita i moralismi, si limita a studiare ne pazienti le dinamiche motivazionali dei comportamenti, di determinate azioni.

Molte persone tendono  a confondere la morale con la psicologia e quando si rivolgono allo psicoterapeuta gli chiedono  cosa è giusto e cosa no, come se fosse nel contempo  giudice o prete. Ciò che viene considerato immorale dalla società o dalla religione non lo è altrettanto da un punto di vista psicologico. Lo psicoterapeuta  si limita a comprendere i problemi  per poter interagire con il paziente e permettergli di  superarli.

In psicologia non ci sono le categorie giusto o sbagliato, come non esiste la categoria vizio o virtù.  Per la psicologia i vizi e le virtù rappresentano due facce della stessa medaglia. I vizi, anche quelli capitali sono delle forze creative che abitano la psiche di tutti e non vanno demonizzati oppure negati completamente perché, altrimenti, se ne impedisce un’eventuale trasformazione in qualcosa di positivo.

Lo psicoterapeuta Willy Pasini afferma che le motivazioni che spingono al vizio, possono a volte  essere anche una virtù,  come ad esempio l’invidia, se induce all’emulazione, all’ambizione, a migliorarsi; oppure l’avarizia che, in alcuni contesti diventa indispensabile in termini di “prudenza”.

Il vizio induce la pulsione impellente, incontrollabile, da soddisfare; può diventare lesivo per sé e per gli altri; può limitare la propria libertà o la libertà altrui, come accade nelle forme di dipendenza o nelle perversioni.

Secondo la psicanalisi gli eccessi di frustrazioni o di gratificazioni subite nella prima infanzia, possono a volte creare la base per uno sviluppo di personalità tendente ad atteggiamenti poco virtuosi. Ovviamente non bastano le frustrazioni o l’eccessiva soddisfazione di determinati bisogni ad originare nell’adulto un vizio esagerato: a volte tutto rimane contenuto ed accettabile per sé e per gli altri. Altre volte può diventare limitativo e controproducente; spesso entrano in gioco ulteriori variabili, come l’ambiente, la cultura, le esperienze vissute, la propria genetica. Anche i comportamenti genitoriali troppo repressivi o permissivi nella fase evolutiva del bambino dal primo al quinto anno, può produrre nell’infante una fissazione su determinati modi di essere o stili di vita. 

Titolo: Re:"Vizi privati, pubbliche virtù"
Inserito da: Doxa - Luglio 20, 2015, 09:15:57
Fonti letterarie  medievali narrano di un paese di delizie denominato “Cuccagna”, in questa irreale località c’è il benessere, l’uguaglianza, l’abbondanza di cibi prelibati, non si lavora, non esistono poveri, valori e ruoli sono capovolti, i vizi diventano virtù.

Il termine Cuccagna deriva dal provenzale “cocanha” e la  prima citazione del paese di Cuccagna è in un poema goliardico del 1164.

Allegoricamente Cuccagna indica il desiderio di rivincita delle masse affamate di ottenere almeno una volta nella vita tutto e in abbondanza.

Un simbolo dell'abbondanza è l’albero della cuccagna presente in Europa fino ad alcuni decenni fa nelle fiere e sagre paesane. In una piazza veniva issato un palo di legno  di altezza variabile, cosparso lungo il tronco di grasso o di sapone. Il palo veniva ingrassato dalla base all’apice per rendere più difficoltosa la salita ai giovani che gareggiavano e più divertente per chi guardava. In cima venivano appesi prosciutti, salami, formaggi e bevande che andavano come premi a chi riusciva ad ascendere fino al vertice.

Secondo l’antropologo James Frazer l’albero della cuccagna deriva dall’antico culto arboreo del cosiddetto “Albero di Maggio”, venerato come simbolo della stagione  primaverile e di fertilità.

In Inghilterra l’albero di maggio è denominato “Maypole” celebra la fecondità della natura e deriva dai   “Floralia” o “Ludi Florales”: giochi praticati in epoca romana per onorare la dea Flora.

In Germania l’albero della cuccagna si chiama “Maibaum”  (= albero di maggio) ed in Baviera ancora viene issato in alcune località in occasione della festa popolare del primo maggio.
Titolo: Re:"Vizi privati, pubbliche virtù"
Inserito da: Doxa - Luglio 21, 2015, 10:00:28
Il sostantivo “vizio” deriva dal latino “vĭtĭum” = imperfezione, con allusione ad un  da difetto fisico, poi ampliato di significato per indicare un difetto generico.

Il  vizio induce al peccato, considerato “capitale” perché  ritenuto grave.

I vizi capitali sono un elenco di atteggiamenti e comportamenti, impropriamente detti “peccati capitali” dalla morale cristiana.

Spesso  nel nostro tempo  i  cosiddetti “sette peccati capitali” vengono derubricati dalla categoria del peccato, per cui del goloso si dice che "ha un buon rapporto col cibo", del lussurioso che "ha un debole per le donne", del superbo che "è orgoglioso e ha una buona consapevolezza di sé", dell´iroso che "ha carattere", del pigro "che non si lascia travolgere dal ritmo stressante della vita moderna", dell´invidioso che "ha una buona capacità di emulazione" ,  dell´avaro che "è oculato e parsimonioso". Però il cardinale Gianfranco Ravasi nel suo libro “Le porte del peccato. I sette vizi capitali” consiglia di tenere sempre separati i vizi dalle virtù per non annullare la libertà dell´individuo e la sua capacità di scelta consapevole.

L’antico filosofo greco Aristotele descrisse alcuni dei vizi “capitali” e li qualificò “abiti del male”, perché la ripetizione di azioni formano nel soggetto un “abito mentale”, una “seconda natura”  che lo inclina ad un’abitudine, dice Aristotele nell’Etica Nicomachea.

Nel medioevo questi vizi non sono più considerati effetto da cattive abitudini, ma come un´opposizione dell’individuo alla volontà di Dio. Ne parla Tommaso d´Aquino nella “Summa Theologica”, dove i vizi sono elencati nella successione che noi oggi conosciamo.

Nel periodo dell’Illuminismo la differenza tra vizi e virtù perde rilevanza, i vizi vengono derubricati dalla categoria del “peccato” perché, al pari delle virtù, anche i vizi concorrono allo sviluppo dell´industria, del commercio e del benessere sociale.

Nel 18/esimo secolo, i filosofi morali pongono le basi dei buoni e cattivi comportamenti, utili alla psichiatria e alla psicoanalisi del secolo successivo. Il filosofo tedesco Immanuel Kant  (1724 – 1804)  nella sua “Antropologia pragmatica” valuta il vizio un'espressione della tipologia umana, una "caratteriologia": l´avaro, il lussurioso, il superbo, ecc.. Questo suo libro diventò il testo base per la costruzione dei trattati di psichiatria dell´Ottocento, da Griesinger a Wernicke, da Kraepelin a Freud, i vizi, da espressione di una "tipologia" umana, diventarono manifestazione della sua "psicopatologia". Furono tolti dall'ambito "morale" ed immessi nella patologia. Non più vizi, ma malattie dello spirito. Ma quando la condotta umana diventa di competenza della scienza medica, l´individuo perde la sua libertà che invece la morale gli accorda. Infatti a differenza della patologia la morale cristiana prevede anche un riscatto e una possibile liberazione dal “male spirituale”.

Il cristianesimo ci insegna che la virtù è espressione della moderazione o mortificazione del desiderio e del bisogno. E' praticabile oggi nella società occidentale basata sui consumi ? La quotidiana pubblicità ci mostra i modi per soddisfare bisogni e desideri.

La soddisfazione dei vizi è il secondo fattore dopo che i bisogni sono stati soddisfatti.  Come si fa a essere cristiani e quindi "mortificati" in un´epoca in cui la società per la sua sussistenza non chiede mortificazione, ma consumo e soddisfazione?

Il filosofo Umberto Galimberti nella sua recensione al suddetto libro del cardinale Ravasi evidenzia che  il cristianesimo è una religione, l´economia è una forma di scambio con cui si regola la produzione e la distribuzione dei beni.  Il cristianesimo è una morale (della mortificazione) e l´economia è un´altra morale (della soddisfazione). “Le due morali sono incompatibili, per cui parlare di un´economia cristiana ha lo stesso significato e spessore logico di un circolo quadrato, con buona pace di tutti i benpensanti che ritengono di poter fare quadrare il cerchio. Nel momento infatti in cui la società è passata dallo stato di bisogno allo stato di soddisfazione del bisogno, la morale del cristianesimo ha finito la sua storia, e quindi o emigra nel terzo o nel quarto mondo dove vive la mortificazione del bisogno, o sparisce. E già se ne vedono i segni, facilmente leggibili se si evita quell´altro trucco che, contrapponendo la civiltà cristiana alla civiltà islamica, nasconde la vera contrapposizione che è tra ricchezza dell´Occidente e povertà del mondo, tra i viziosi per forza e i virtuosi per necessità”.

Titolo: Re:"Vizi privati, pubbliche virtù"
Inserito da: Doxa - Luglio 22, 2015, 17:41:46
Nella dottrina morale cattolica, i vizi capitali sono i principali desideri non ordinati verso il  Sommo Bene, cioè Dio. La tradizione cristiana li ha codificati ed insegna che sono all’origine di tutti i peccati.

Come scritto in un precedente post sono detti “vizi capitali” perché considerati come abitudine o propensione; quando invece essi vengono considerati come singoli atti si parla di “peccati capitali”. Prima del vizio c’è l'atto peccaminoso, che può indurre l'abitudine e quindi il vizio.

Nel “Catechismo della Chiesa cattolica” il peccato è considerato un’offesa a Dio, un atto irragionevole, una trasgressione verso il prossimo; i peccati vengono distinti secondo il loro oggetto e valutati in base alla loro gravità, per esempio “peccato mortale” o “veniale”.

Il frate domenicano Tommaso d’Aquino era convinto che chi è dominato da qualche vizio capitale è capace di commettere qualunque peccato o delitto pur di soddisfare la sua viziosa passione.

Ripeto che fu il pontefice Gregorio I (poi detto “magno”, 540 circa – 604)  a far elaborare l’elenco dei “sette peccati capitali”. Perché  7 ?  Perché è un simbolico numero biblico che indica la totalità; in riferimento al tempo indica l’eternità; in riferimento a Dio ne evidenzia l’eternità e la perfezione.

Nel libro della Genesi c’è scritto che Dio dopo aver creato l’universo benedisse il settimo giorno e lo consacrò, perché in esso aveva cessato da ogni lavoro.

Nel libro della Genesi è anche descritto il sogno delle sette vacche grasse e delle sette vacche magre. L'episodio fa parte della storia di Giuseppe (figlio prediletto del patriarca Giacobbe) che venne venduto come schiavo dai fratelli invidiosi.

Altri racconti biblici che evocano il numero sette.
 
Nel 1250 a.C. circa, il villaggio di Gerico, in Palestina, fu conquistato dagli ebrei guidati dal condottiero Giosuè, successore di Mosè. Gli israeliti e sette sacerdoti muniti di trombe marciarono intorno alla città per sette giorni consecutivi; il settimo giorno marciarono intorno alla città per sette volte.
 
L'espressione “anno sabbatico” era usata presso gli antichi ebrei per indicare il periodo durante il quale si lasciavano riposare le terre, si condonavano i debiti e venivano liberati gli schiavi. Secondo le leggi di Mosè, il terreno doveva essere lasciato a riposo per dodici mesi ogni sette anni  e dopo sette cicli di sette anni nel cinquantesimo anno c’era un giubileo. Il testo fondante del giubileo biblico è Levitico (25,10): "Dichiarerete santo il cinquantesimo anno...".

Naaman (generale del re di Siria) fu contagiato dalla lebbra, consultò il profeta Eliseo e questo gli consigliò di bagnarsi nel fiume Giordano per sette volte.

A Gerusalemme ci vollero sette anni (dall'833 a.C. all'826 a.C.) per costruire il primo tempio in cui custodire l'Arca dell'alleanza. Secondo la Bibbia, venne fatto edificare da re Salomone secondo il volere di Re David, il quale ne aveva avuto indicazione da Dio stesso.

Nell’Apocalisse dell’apostolo Giovanni tutto si svolge attorno a questo numero: sette chiese, sette candelabri, sette suggelli, sette trombe, sette coppe, sette stelle, sette spiriti...

Nella Bibbia sono citati anche i vari vizi, singolarmente o in gruppo, ma sono enunciazioni che precedono la sistemazione settenaria dei vizi capitali, così elencati nel Catechismo della Chiesa cattolica:
1.   Superbia;
2.   Avarizia;
3.   Lussuria;
4.   Ira;
5.   Gola;
6.   Invidia;
7.   Accidia.

Sono contrapposti  a sette virtù, di cui tre teologali (fede, speranza, carità) e quattro virtù cardinali (giustizia, fortezza, temperanza, prudenza). Per esempio, la superbia si vince con l’umiltà; l’avarizia con la liberalità; la lussuria con la castità; l’ira con la pazienza; la gola con l’astinenza; l’invidia con l’amor fraterno; l’accidia con la diligenza e l’operosità.

Dei singoli vizi e virtù argomenterò uno alla volta nei prossimi post.
Titolo: Re:"Vizi privati, pubbliche virtù"
Inserito da: Doxa - Luglio 23, 2015, 10:12:06
Superbia: era considerata il “peccato capitale”  dal papa Gregorio I, l’origine di tutti i vizi, perciò il suo presunto primato.

Il sostantivo “superbia” deriva dal latino “superbus” (superbo):  individuo con alta autostima e disprezzo verso gli altri.  Anche se di oscura etimologia, nel significato originario la superbia indicava la persona “eminente” per sapienza.  Col tempo il significato venne usato in senso peggiorativo e riprovevole come “arroganza”, “vanteria” e “alterigia”. Il superbo si vanta del suo status socioeconomico, del potere e della ricchezza. Si ipervaluta, ostenta sicurezza e sminuisce i meriti altrui,  presume di essere il  migliore e se tale qualità non gli viene riconosciuta dagli altri ne soffre.   

Il miglior antidoto per la superbia è l’umiltà. La forza di questa virtù induce al bene. Perseverare nel bene consente di compiere atti positivi, sprona a dare il meglio di sé.

Nella “Commedia” Dante Alighieri indica esempi di superbi nell’XI canto del Purgatorio e nel X canto inneggia all’umiltà per far emergere il valore della virtù dinanzi al vizio.

Virgilio indica a Dante i superbi, che “La grave condizione di lor tormento a terra li rannicchia…” per la “legge del contrappasso” (dal latino “contra” + “patior” = soffrire al contrario”) che regola la pena ai rei mediante il contrario della loro colpa o per analogia ad essa. Il poeta fiorentino vede tre personaggi ricurvi su se stessi  che camminano sotto il peso del masso che li opprime. Sono coloro che si sono sopravvalutati  e nel Purgatorio sono schiacciati a tal punto da non poter vedere neppure Dante che passa accanto a loro. Omberto Aldobrandeschi, Oderisi da Gubbio e Provenzano Salvani stanno a indicare i tre ambiti in cui la superbia sembra esercitarsi con maggior facilità: la nobiltà, l’arte e la politica. Il primo si rivolge a Dante chiedendo, retoricamente, e con un accenno alla superbia non ancora debellata, se lo ricorda. Il secondo, invece, è riconosciuto dal poeta che si china fino a terra per poterlo vedere in volto. E’ con lui che il dialogo diventa più intenso e il senso della superbia acquista maggior significato. “Oh vana gloria de l'umane posse!” esclama Oderisi, facendo eco al papa Gregorio Magno che aveva definito la superbia: “inanis gloria”. La superbia è illusione e transitorietà.  La superbia  illude, è effimera.

Ma la superbia è solo un vizio o una psicopatologia? Se è vizio è una scelta,  se è un disturbo di personalità potrebbe essere una tipologia di narcisismo. Chi ne è coinvolto idealizza se stesso  e svaluta chi non manifesta ammirazione nei suoi confronti.

I simboli che nell'arte raffigurano la superbia sono generalmente il pavone e lo specchio.  Nell’arte rinascimentale la superbia venne anche rappresentata dal leone e dall’aquila.
Titolo: Re:"Vizi privati, pubbliche virtù"
Inserito da: Doxa - Luglio 24, 2015, 11:00:49
Avarizia: questo sostantivo deriva dal latino “avaritia”, che a sua volta discende da “avarus” (avàro), collegato al verbo avere.  Infatti l’avaro ha esagerato attaccamento al denaro, al possesso di  beni, ed eccessiva riluttanza ad offrire, donare. Per l'avaro è importante l'avere più che il fruire, come lo “zio Paperone”, che nuota nel denaro e spesso  conta i suoi dobloni.

Avarizia ed avidità a volte vengono usati come sinonimi ma hanno significati diversi. L’avarizia fa concentrare l’individuo sulla conservazione di ciò che possiede, mentre l’avidità motiva ad accrescere  beni e ricchezza. 

Nell’Antico Testamento è citata l’avarizia come attaccamento alla ricchezza e grettezza verso il prossimo. Ne sono esempi alcuni personaggi: Acan, Nabal, i figli di Samuele e Giezi.
 
Nel Nuovo Testamento l’avarizia è ostacolo al Regno di Dio, lo affermano gli evangelisti Matteo (6, 24), Marco (7, 22) e Luca (16, 13). Negli “Atti degli Apostoli” un caso significativo di avarizia è quello di Anania e Saffira (5, 1-10).

“L’amore del denaro è la radice di tutti i mali” scrisse Paolo di Tarso nella Prima Lettera a Timoteo (6,10).

La dottrina cattolica definisce l’avarizia “cupidigia disordinata dei beni materiali”.

Sin dall’antichità l’avarizia e l’avaro sono oggetto di scherno e di satira da parte di scrittori e poeti.  Il commediografo Plauto (circa 250 a.C. – 184 a.C.) nella commedia ”Aulularia” narra del vecchio avaro Euclione che trova una pentola piena d'oro, nascosta da suo nonno. La rinasconde ma vive nel costante terrore che gli venga sottratta. Sospetta di familiari ed amici, gli equivoci fanno scaturire la comicità.  Questa commedia ispirò il drammaturgo francese Molière (1622 – 1673)  per scrivere il testo de  “L’avaro”, in cui c'è il personaggio Arpagone, l'avaro che teme di essere derubato,  ma vengono descritti anche matrimoni combinati, l'incapacità dei medici, il lusso e la sfarzosità eccessiva.   

Nella “Commedia” Dante incontra nella “selva oscura” (Canto I) la terza delle tre fiere: la lupa, allegoria dell’avarizia e della cupidigia.  Questo animale è citato anche nel XX Canto del Purgatorio (10 . 12): “Maladetta sie tu, antica lupa, / che più di tutte l'altre bestie hai preda / per la tua fame sanza fine cupa”, dove si parla proprio del peccato di avarizia espiato nella V cornice. I penitenti scontano la loro pena per l’eccessivo attaccamento ai beni terreni, sia nel senso della cupidigia sia in quello opposto della prodigalità (sono gli unici peccatori del Purgatorio dantesco a scontare nella stessa Cornice peccati opposti, parallelamente agli avari e prodighi del IV Cerchio dell'Inferno). La pena è identica per entrambe le schiere di penitenti e consiste nell'essere legati e stesi sul pavimento roccioso della Cornice, con le spalle rivolte al cielo e il volto a terra, così come in vita furono rivolti ai beni materiali. Recitano il versetto 25 del Salmo CXVIII, “Adhaesit pavimento anima mea” (“la mia anima si è stesa sul pavimento”) e durante il giorno dichiarano esempi di povertà e liberalità, mentre di notte ne ricordano altri di avarizia punita, con voce più o meno alta a seconda dell'intensità del sentimento che li pungola. Dante include tra questi penitenti papa Adriano V (Canto XIX) e il re di Francia Ugo Capeto (Canto XX), entrambi fra gli avari, e il poeta latino Stazio (Canti XXI-XXII),  fra i prodighi.

Dal punto di vista psicologico l’eccessivo attaccamento al denaro si presenta di rado come una caratteristica isolata nella personalità dell’individuo.
Nell’avaro adulto c’è spesso il bambino che ha sofferto privazioni ed ha imparato ad aggrapparsi alla “sicurezza degli oggetti” per contrastare la convinzione frustante e profonda di non poter contare sull’amore degli altri, sulla condivisione, sulla reciprocità e sulla costante presenza degli altri.

Chi ha a che fare con una persona avara vive un difficile rapporto non solo dal punto di vista materiale, ma anche emotivo.

L’avaro non ha una buona considerazione sociale ed è difficile avere con lui un legame di amicizia, sentimento fondato sulla condivisione. Per conseguenza deve affrontare la solitudine, il disadattamento,  le conflittualità interpersonali.
Titolo: Re:"Vizi privati, pubbliche virtù"
Inserito da: Doxa - Luglio 26, 2015, 08:31:10
Lussuria: dal latino “luxùriae”. Questo sostantivo indica l’eccesso di desiderio sessuale.

Il lussurioso è dominato dalla lussuria, dall’incontinenza sessuale, che “ 'l ciel non vole” perché offende Dio, perciò condannata dagli eremiti, dai mistici,  da minacciosi confessori-penitenzieri e da moralisti.   Per la teologia morale cattolica la lussuria è concupiscenza, eccede il raggiungimento del fine riproduttivo, infrange il sesto Comandamento, che vieta di commettere atti impuri.
Negl'incontinenti il principio del peccato è nella concupiscenza, assecondata dalla volontà che cede al desiderio sessuale.

Dante Alighieri  nella Commedia colloca i lussuriosi sia nell’Inferno sia nel Purgatorio.

Nel secondo cerchio e quinto canto dell’Inferno ci sono  “i peccator carnali,/ che la ragion sommettono al talento",  dominati dall’istinto anziché dalla ratio. Fra i peccatori ci sono Paolo Malatesta e Francesca da Polenta, trascinati dalla bufera infernale. Francesca racconta a Dante  la vicenda che toccò in sorte a lei e al suo amante, il loro peccaminoso amore, nato leggendo il libro che spiega l’amore tra Lancillotto e Ginevra.
 
“Amor, ch'al cor gentil ratto s'apprende, / prese costui de la bella persona / che mi fu tolta; e 'l modo / ancor m'offende.

Amor, ch'a nullo amato amar perdona, / mi prese del costui piacer sì forte, / che, come vedi, ancor / non m'abbandona.

Amor condusse noi ad una morte. / Caina attende chi a vita ci spense”.


Nel Purgatorio i lussuriosi pentiti sono nella settima cornice, 26/esimo Canto, dove l’Alighieri incontra l’anima pentita del poeta Guido Guinizelli, l’iniziatore del “Dolce Stil Novo”, un  importante movimento poetico italiano sviluppato nella seconda metà del 13/esimo secolo.

Per la psicologia il desiderio sessuale è condizionato da variabili individuali ed attivato da stimoli sia endogeni (immaginario erotico, affettività, ecc.) sia esogeni (attrazione fisica o altro).

La libido è dinamica, varia nel tempo e può causare disturbi nel desiderio sessuale, come ad esempio l’iperattività sessuale. 

L'eccesso di desiderio sessuale è un disturbo compulsivo. La patologia è denominata in lingua inglese “sexual addiction” (letteralmente significa “sessuale dedicazione”, nel senso di “dipendenza sessuale”), tradotta in italiano in modo più adeguato con la frase: “dipendenza da sesso”.

I cosiddetti “dipendenti dal sesso” pensano che questo sia il loro bisogno primario ed agiscono in risposta al bisogno imperioso ed irrinunciabile di eseguire l’attività sessuale. Considerano il/la possibile partner come un “oggetto” finalizzato al proprio compiacimento, a prescindere dai risultati negativi che il loro comportamento può arrecare a se stessi ed agli altri. Se non riescono a placare il desiderio sessuale diventano ansiosi. Solo la soddisfazione del bisogno che genera l'impulso procura piacere. Ma dopo la reazione orgasmica si sentono depressi, irrequieti e sono costretti a cercare sollievo con la ripetizione della stimolazione erotica, stabilendo un circolo vizioso difficilmente gestibile, con conseguenze psicofisiche (anche malattie veneree) e sociali (problemi familiari e lavorativi).

Nelle storie individuali di tali soggetti emergono spesso ricordi infantili di solitudine, di mancate soddisfazioni dei propri bisogni, per conseguenza nel tempo si sviluppa in loro l’esigenza di cercare “cose” che arrechino conforto.

Titolo: Re:"Vizi privati, pubbliche virtù"
Inserito da: Doxa - Luglio 29, 2015, 06:54:39
Ira: stato emotivo caratterizzato da reazione di collera provocata da persone o avvenimenti. 

Dall’ira vennero coinvolti anche  gli dei dell’Olimpo, il Dio dell’Antico Testamento e  quello del Nuovo Testamento.

Nell’Antico Testamento molte pagine evidenziano un Dio rancoroso, vendicativo, iroso; è un dio imperfetto, intollerante nell’esercizio del suo potere.

Anche nel Nuovo Testamento ci sono  alcuni racconti  che evidenziano  l’umana ira di Gesù: quando cacciò i mercanti dal tempio di Gerusalemme e rovesciò i banchi dei cambiavalute e quelli dei venditori di colombe; quando maledì l’albero di fico perché non aveva frutti ma solo foglie e con uno dei suoi miracoli (negativi)  lo fece seccare.

L'espressione ”ira di Dio” nella teologia cristiana indica  la sua intolleranza al peccato.  “Ora, fra breve, rovescerò il mio furore su di te e su di te darò sfogo alla mia ira. Ti giudicherò secondo le tue opere e ti domanderò conto di tutte le tue nefandezze. Né s'impietosirà il mio occhio e non avrò compassione, ma ti terrò responsabile della tua condotta e saranno palesi in mezzo a te le tue nefandezze: saprete allora che sono io, il Signore, colui che colpisce”.  (dal Libro del profeta Ezechiele7,8-9)

L’ira si struttura come vizio quando diventa abitudine a reagire in modo aggressivo.   

Lo scrittore e poeta Francesco Petrarca (1304 – 1374) nel sonetto 197 (“Canzoniere”) dice che l’“Ira è breve furore, e chi nol frena, è furor lungo che ’l suo possessore spesso a vergogna, e talor mena a morte.” 

Dante  nella sua “Commedia” colloca gli iracondi nel quinto cerchio (ottavo canto) dell’Inferno. Essi sono immersi nella palude formata dal fiume Stige, che circonda la città infernale di Dite, e si colpiscono continuamente con schiaffi, pugni, morsi.  Il demone Flegiàs (allegoria dell’ira) è il custode del cerchio e traghetta  le anime nella città di Dite.

Invece nel Purgatorio le anime degli iracondi  espiano nella terza cornice (canto XVI). Per contrappasso essi sono avvolti da accecante fumo nero e denso, che simboleggia l’oscuramento della mente causato dall’ira. L’Alighieri è insieme a Virgilio e ode delle voci che con uguale tonalità cantano assieme l’Agnus Dei per ottenere pace e misericordia. La preghiera è presa dal vangelo di Giovanni: “Agnus Dei, qui tollis peccata mundi, miserere nobis, dona nobis pacem”. L’agnello simboleggia la mitezza, in contrasto con l'iracondia.
Fra i penitenti nella terza cornice Dante colloca il cortigiano Marco Lombardo,  col quale dialoga   sul libero arbitrio, le cause della corruzione umana e sul confuso rapporto  tra potere spirituale e temporale.

Dal significato simbolico del poema dantesco alla psicologia, che considera l’ira  uno stato emotivo che varia d’ intensità, accompagnato  da cambiamenti fisiologici e biologici: per esempio  la frequenza cardiaca e la pressione sanguigna tendono a salire. Se l’ira diventa emozione incontrollata può causare problemi  anche gravi. 

Per gli psicologi l’ira è un’emozione, culturalmente condizionata nelle sue manifestazioni. Può essere espressa con diverse modalità, con l’aggressività verbale, fisica o psicologica. Si può essere aggressivi e violenti verso una persona senza adirarsi molto, o, viceversa, ci si può arrabbiare per qualcosa di spiacevole  senza però manifestare  l’aggressività  verso qualcuno.
E’ così che si forma nell’individuo il conflitto tra espressione ed inibizione della rabbia. E’ più giusto sfogarsi, manifestare la propria emozione, il proprio disappunto, o piuttosto mantenere la calma, farsi scivolare le cose addosso?

L’ira fa paura. Carica l’individuo di energia, di forza, di coraggio e decisione. Induce all’azione che può essere violenta. Scaturisce da un evento che fa da “miccia all’esplosione”, ma tale evento viene percepito, valutato, analizzato tramite una “lente personale”, in maniera soggettiva; per cui può succedere che, di fronte ad uno stesso evento, una persona reagisca con uno scoppio d’ira mentre un’altra rimanga indifferente.

L’ira occasionale verbale è considerata  reazione normale come conseguenza di un’offesa, un’ingiustizia, una trasgressione,ecc.. Ma se la rabbia viene espressa in forma aggressiva, con l’intenzione di nuocere l’altro/a, manifestata in molteplici occasioni e per  vari motivi, allora diventa patologica e gli individui con problemi clinici d’ira subiscono conseguenze negative  collegate ai loro episodi aggressivi.
Titolo: Re:"Vizi privati, pubbliche virtù"
Inserito da: Doxa - Luglio 31, 2015, 08:44:22
Gola

(http://www.unpaeseperstarbene.it/wp-content/uploads/2012/12/bosch-gola.jpg)
(Hieronymus Bosch, Sette peccati capitali: Gola)

Per alcuni “dottori della Chiesa” medievale il peccato di gola si commetteva in cinque modi: mangiando fuori tempo, molto frequentemente; ricercando cibi prelibati; eccedendo nella quantità; con soverchia avidità; esagerando nei condimenti.
Il peccato di gola era detestato, contrapposto alla dilagante povertà. 
 
Il teologo Sofronius Eusebius Hieronymus, noto come san Girolamo (347 – 420 circa), nel trattato “Adversus Iovinianum” esalta la verginità e l’ascetismo, l’astinenza e il digiuno per evitare “il perfido vizio dell’impurità”:  “ Esus carnium et potus vini, ventrisque saturitas seminarium libidinis est”  (= Le carni, il vino e la sazietà del ventre sono un seminario d’incontinenza”.
 
Nella “Commedia” l’Alighieri colloca i peccatori di gola nel terzo cerchio dell’inferno e nella sesta cornice del Purgatorio. Al cerchio infernale dei golosi dedicò il sesto canto, mentre nel Purgatorio a questo peccato dedicò due canti: il XXIII ed il XXIV.
 
Il sesto canto dell’Inferno dantesco è ambientato nel terzo cerchio, dove sono punite le anime dei golosi: giacciono a terra, con il viso nel fango, torturati dalla pioggia incessante, “la piova / etterna, maladetta, fredda e greve”.  Ma non basta, le anime dei golosi debbono anche subire le angherie del guardiano, il malefico Cerbero, un personaggio demoniaco, dotato di tre teste canine, che graffia e fa a brandelli con i suoi artigli le anime dei golosi. Mentre Dante e Virgilio attraversano questo cerchio una delle anime dannate si alza in piedi appena essi le passano davanti, è l’anima di Ciacco  che non disdegna di dialogare con il poeta fiorentino e gli dice:  “Voi cittadini mi chiamaste Ciacco: / per la dannosa colpa della gola, / come tu vedi alla pioggia mi fiacco”). (Inferno, VI, 52 – 54).
 
Nel Purgatorio i golosi  sono nella sesta cornice. Per contrappasso hanno il volto pallido, scavato dalla magrezza, la pelle aderisce alle ossa del cranio. I penitenti corrono senza sosta sotto alberi carichi di frutti e sulle rive di limpidi ruscelli, che però non possono toccare. La fame è provocata in loro dal profumo di dolci frutti che crescono su due alberi, posti all'ingresso e all'uscita della Cornice, dove Dante incontra e dialoga  con i poeti Forese Donati e Bonagiunta Orbicciani.

Ma qual era il comportamento alimentare dell'Alighieri ?

Nel “Trattatello in laude di Dante” lo scrittore Giovanni Boccaccio dice che “Nel cibo e nel poto fu modestissimo, sì in prenderlo all’ore ordinate e sì in non trapassare il segno della necessità… né alcuna curiosità ebbe mai più in uno che in uno altro: li dilicati lodava e il più si pasceva di grossi”, cioè  lodava i piatti ricercati, quando c’erano, ma di solito mangiava cibi non elaborati.
 
Ancòra Boccaccio, nella terza novella dell’ottava giornata del “Decameron” cita la contrada di Bengodi, un luogo dove si legano le vigne con le salsicce, c’è una montagna di formaggio parmigiano grattugiato, sopra la quale le persone producono maccheroni e ravioli e li cuociono nel brodo di capponi  “poi gli gittavan quindi giù, e chi più ne pigliava più se n'aveva; e ivi presso correva un fiumicel di vernaccia, della migliore che mai si bevve, senza avervi entro gocciol d'acqua”.

Dal punto di vista psicologico il peccato di gola non è un peccato ma una psicopatia collegata a problemi esistenziali, a condizioni di disagio psicologico ed emotivo. L’anoressia e la bulimia nervosa sono le manifestazioni più note, che derivano dall’interazione di molteplici fattori: biologici, genetici, ambientali, sociali, psicologici e psichiatrici, c’è comunque da parte del paziente una ossessiva sopravvalutazione dell’importanza della propria forma fisica, del proprio peso e corpo e una necessità di stabilire un controllo su di esso.
Uno dei motivi per cui una ragazza inizia a sottoporsi a una dieta eccessiva è la necessità di corrispondere a un canone estetico che premia la magrezza, anche nei suoi eccessi. Secondo molti psichiatri, infatti, l’attuale propensione a prediligere un modello di bellezza femminile che esalta la magrezza ha conseguenze devastanti sui comportamenti alimentari di molte adolescenti.

L’anoressia e la bulimia possono anche dipendere da eventi traumatici, per  esempio violenze sessuali, drammi familiari, comportamenti abusivi da parte di familiari o di persone esterne, difficoltà ad essere accettati socialmente e nella propria famiglia, sentirsi oggetto di derisione per la propria forma fisica o di non poter raggiungere i risultati desiderati per problemi di peso e apparenza.


Titolo: Re:"Vizi privati, pubbliche virtù"
Inserito da: Doxa - Agosto 01, 2015, 09:04:49
Invidia: questo sostantivo deriva  dall’omonima parola latina, derivata dal verbo  “invidere”, composto dalla particella “in” (= non, nell’accezione negativa di “cattivo”) + “videre” (= guardare); quindi “invidiare” significa “guardare male”, da cui “malocchio” (= “occhio maligno”, cattivo).

L’invidia nasce come emozione ma col tempo se si sedimenta  può diventare sentimento di astio, rancore verso qualità, proprietà e fortune che possiede un’altra persona.

L’invidia è uno dei vizi meno confessabili. Si caratterizza come desiderio di possedere ciò che gli altri possiedono, oppure desidera che gli altri perdano ciò possiedono. Il confronto è tra la propria situazione e quella delle persone invidiate.

L’invidioso tende a pensare che ciò che l'altro possiede sia immeritato perciò vuole la sua sofferenza, o la privazione di beni per soddisfare la sua brama.

L’invidioso è egocentrico, frustrato, capace di rapportarsi agli altri solo in modo competitivo. Volge la propria invidia non solo vergo oggetti materiali, ma anche verso presunte doti possedute dall’invidiato: per esempio la seduzione, l’intelligenza o capacità creative. In tali casi l’invidioso reagisce tentando di disprezzare l’invidiato, perché colpevole di evidenziare ciò che l’invidioso non ha.
 
L’invidioso desidera l’infelicità altrui e si rallegra del male che può colpire la persona invidiata. Nell’ambito lavorativo cerca di screditarla, di parlarne male, specie se si riesce ad ottenere la complicità di chi ascolta.

L’antidoto contro l’invidia è l'umiltà e la carità, perché l'invidia sboccia dalla superbia e fiorisce nell’odio. La morale cattolica colloca il vizio capitale dell'invidia in opposizione alla virtù della carità.

L’invidia è difficile da ammettere perché socialmente censurabile, allora si usano le parole confronto, emulazione, competizione.

Gli invidiosi di solito si dividono in due categorie: quelli che si limitano a patire per le fortune altrui e quelli che perfidamente desiderano distruggerle con azioni malvagie.

Non si invidia la serenità psichica altrui, che è la cosa più importante della vita, ma il denaro, il potere, il successo della persona invidiata.

L’invidia pervade tutti gli strati sociali.
 
Nella maggior parte dei casi l’invidia è rivolta verso persone dello stesso sesso. Tra gli uomini l’invidia verte su aspetti economici, politici, patrimoniali, professionali, culturali, intellettivi, sessuali. Fra le donne l’invidia è sull’avvenenza, sulla capacità di seduzione. Come non pensare alla favola di Biancaneve ? “Specchio, servo delle mie brame, chi è la più bella del reame?” – “Bella, tu sei bella mia regina, ma al mondo una fanciulla c’è ... ahimé assai più bella di te!”. 
Da alcuni decenni, con il cambiamento di ruolo della donna nella società, ha anche aspetti dell’invidia maschile.

La storia letteraria è intrisa di personaggi invidiosi. Nella Bibbia sono descritte invidie “funeste”, per esempio nell’Antico Testamento ci sono quella di Adamo nei confronti del suo Creatore, Dio, quelle fraterne di Caino e Abele,  quella degli amici di Giobbe, invidiosi della sua precaria fortuna. 
Nel Nuovo Testamento un esempio è nella parabola del “Figliol prodigo”, nell’invidia di un fratello nei confronti dell’altro.

Nella “Commedia” dantesca l’invidia non ha una collocazione definita nell’Inferno, ma viene citata più volte. Invece nel Purgatorio le anime degli invidiosi espiano nella seconda cornice (XIII Canto). I penitenti indossano un panno ruvido e pungente, come un cilicio, e ognuno sorregge l'altro con la spalla, mentre tutti si appoggiano alla parete. Sono accecati: un filo di ferro cuce i loro occhi.  Per contrappasso agli invidiosi viene tolta la vista perché l'etimo di "invidia"  significa guardare con negatività, ostilità.

In psicologia l’invidia è considerata un’emozione sociale  in quanto fa riferimento ai valori e all’immagine del Sé, ed è in relazione con l’orgoglio, la presunzione, la superbia, l’ambizione, l’ammirazione, lo spirito competitivo.
 
L’invidia  è socialmente positiva se serve come emulazione, se serve per ottenere lo stesso risultato tramite l’imitazione, la competizione. Ma “se io non posso, allora neanche lui/lei!”. Dal confronto nasce la consapevolezza delle nostre carenze e  la negatività  verso sé e verso gli altri: senso di inferiorità, inadeguatezza, frustrazione, impotenza, odio e rabbia per la grandezza dell’altro/a.  Non si pensa alle proprie  potenzialità, alle possibilità, ma solo a svalutare l’altro per impedire la caduta del proprio valore. Svalutare ciò che non si può ottenere è una strategia che nasconde i nostri limiti. Alcuni ricercatori hanno evidenziato come chi prova invidia non riesce ad instaurare relazioni positive  con gli altri.  Alla base vi è un senso di insicurezza, scarsa fiducia di sé, bassa autostima.

Invece “se lui/lei può, posso anch’io!” Oltre l’invidia distruttiva c’è l’invidia costruttiva. L’invidioso ha uno spiccato senso critico e ammirazione verso qualcosa che non è o che non ha. Molte ricerche confermano che le persone invidiose posseggono un notevole spirito di osservazione. Utilizzare questa facoltà per confrontarsi con l’altro e vivere la ricchezza delle differenza riconoscendo i propri desideri, esplorando le proprie possibilità, accettando i propri limiti, può spingere a migliorarsi, invece che sentirsi frustrati e denigrare l’altro. “Se lui/lei sì, perché io no?” diventa così una motivazione all’azione.

Il sociologo Francesco Alberoni nel suo libro “Gli invidiosi” evidenzia che  non si invidia chiunque,  ma soltanto colui con il quale si presuppone di avere una comunanza di desideri e di capacità: l'invidia scatta tra fratelli, tra colleghi, tra i componenti di uno stesso gruppo sociale.
Titolo: Re:"Vizi privati, pubbliche virtù"
Inserito da: Doxa - Agosto 02, 2015, 00:11:56
Accidia: deriva dal latino “acedia” e questo lemma dal greco  “akedia”: parola composta da  ἀ (alfa privativa = senza) + kédos (= cura), quindi “senza cura”. Ma l’accidia non è pigrizia, non è indifferenza. Nell'antica Grecia denotava l’inerzia. Questo significato fu ripreso nel medioevo dalla teologia morale per  indicare l’inerzia delle persone dedite alla vita contemplativa.

Nella “Commedia” Dante colloca gli accidiosi nella palude  infernale Stigia, dove sono sommersi perché dissiparono la loro vita nell’immobilità dello spirito. Invece nel Purgatorio li colloca nella IV Cornice: in questo luogo per contrappasso li  fa correre frettolosamente e gridano esempi di sollecitudine e di accidia punita. L’Alighieri descrive la loro pena nel Canto XVIII ed include fra essi l'abate di San Zeno a Verona, che si presenta come colui che ricoprì questa carica al tempo dell'imperatore Federico Barbarossa.

L’accidia è anche argomento del romanzo “Oblomov”, scritto dal russo Ivan Aleksandrovič Gončarov  e pubblicato nel 1859. Oblómov è un proprietario terriero che vive a San Pietroburgo senza compiere alcuna attività particolare. Per la gran parte del tempo, giace su un divano o su un letto, circondato da poche persone, tra le quali il suo pigro, riottoso, ma fedele servitore Zachar, senza il quale non riesce neanche ad indossare le scarpe e gli stivali.

Nel lessico contemporaneo il lemma accidia è usato come sinonimo di noia, indifferenza, con tale significato fu utilizzato dallo scrittore Alberto Moravia per titolare il suo romanzo “Gli indifferenti”. Le cinque persone che formano il nucleo familiare sono caratterizzati dall’indifferenza nei confronti del mondo, che sfocia nell’accidia. L’indifferente di Moravia rappresenta l’estremizzazione dell’inetto di Italo Svevo. Nei romanzi di questo scrittore l’inettitudine si configura come malattia che coinvolge i protagonisti, affetti dal male di vivere, come in “Senilità”, “La coscienza di Zeno”, “Una vita”.
Anche in  altri due  romanzi di Alberto Moravia, “La noia” e “La vita interiore” vengono descritti personaggi inetti.

Ma come diagnosticare la sindrome accidiosa? Quale terapia adottare ?  L’accidia non va confusa con l’atarassia (parola d’origine greca composta da alfa privativa e da  etaraxsis (= "turbamento"), con  "assenza di turbamento".  L’atarassia è un concetto della filosofia stoica che indica il distacco e l'imperturbabilità derivante dall’emotività, dalle passioni.

Per la psicologia l’accidia  è un ripiegamento in sé, induce all’apatia, all’indifferenza; è un disagio psichico che può condurre nella malattia depressiva.   
Titolo: Re:"Vizi privati, pubbliche virtù"
Inserito da: Doxa - Agosto 03, 2015, 07:49:46
Le virtù

Dopo la “passeggiata” tra i sette vizi capitali, senza temere per la salvezza della propria anima, proseguiamo il cammino letterario nei sentieri delle sette virtù: quattro cardinali e tre teologali.

Il sostantivo “virtù” deriva  dal latino virtus”, che significa “virilità”, dal latino “vir” (= uomo), evoca la forza fisica, i valori guerreschi maschili, come il coraggio.

Nella lingua italiana il significato di virtù è dominato dal concetto di bene, da valori assoluti non condizionati dal relativismo.
 
La virtù è una costante disposizione d’animo a fare il bene, a prescindere da ogni considerazione utilitaristica di premio o di castigo, di felicità o di infelicità. Può quindi essere definita come la motivazione che induce l’individuo ad impegnarsi per il conseguimento di un fine elevato.

Nei poemi omerici e per gli antichi Greci la  virtù (in greco areté) è essenzialmente valore militare, forza, capacità di combattere con coraggio. Lo stesso significato ha la parola virtus  per  gli antichi Romani.

Nella mitologia romana, Virtus era la divinità del coraggio e della forza militare, la personificazione della virtù. Veniva onorata in un tempio insieme ad Honos, personificazione dell’onore. 

La virtù divenne oggetto di indagine filosofica con Socrate, che si pose il problema di “che cosa è la virtù”  e lo risolse facendo dipendere la virtù dal sapere, dalla conoscenza: si comporta  in modo virtuoso solo chi sa cosa deve fare.

Per il filosofo Platone le virtù corrispondono al controllo della parte razionale dell'anima sulle passioni. Ne “La Repubblica” indica per la prima volta le quattro virtù, che da Sant'Ambrogio in poi verranno chiamate "cardinali", cioé"principali":
la temperanza, intesa come moderazione dei desideri;
il coraggio o forza d'animo necessaria per mettere in atto i comportamenti virtuosi;
la saggezza o "prudenza", controllo delle passioni;
la giustizia:realizza l'accordo armonico e l'equilibrio di tutte le altre virtù presenti nell'uomo virtuoso.

Aristotele  nell’”Etica Nicomachea” distingueva tra due specie di virtù: le dianoetiche  e le etiche. Le prime sono legate al prevalere della conoscenza, le seconde al dominio  della ragione sull’impulsività, secondo il criterio del “giusto mezzo” fra gli estremi.  La virtù è misura, che induce ad eliminare i comportamenti estremi e a scegliere con equilibrio e moderazione.  Compito della razionalità dell’uomo è proprio quello di dare una misura, un limite all’elemento irrazionale (cioè passionale e istintivo): il coraggio, per esempio, è una virtù in quanto è il giusto mezzo tra gli opposti della viltà e della temerarietà.

Ne gli scritti dei  filosofi stoici ci sono alcuni precetti simili quelli evangelici: la fratellanza universale, la necessità del perdono e l’amore per il prossimo.

La filosofia cristiana assorbì in parte lo stoicismo, sebbene l’impostazione stoica fosse quella di cogliere l’uomo dentro il mondo, mentre il cristianesimo poneva l’uomo in rapporto a un principio trascendente, Dio, che supera il mondo e la vita terrena.

Tommaso d’Aquino adattò al cristianesimo la dottrina aristotelica: nell’individuo c'è la tendenza naturale ad organizzare i propri comportamenti secondo principi razionali e pratici; su tale disposizione generale si fondano quelle particolari abitudini al buon comportamento che sono le singole virtù.

Seguendo Aristotele, Tommaso distingue le virtù umane in intellettuali e morali; tra queste ultime le virtù cardinali (cioè principali) sono quelle indicate da Platone: la saggezza (o prudenza), il coraggio, la temperanza (o moderazione) e la giustizia. Queste virtù, dettate dalla ragione, sono sufficienti per la vita terrena dell’uomo, non bastano però per il raggiungimento della felicità soprannaturale e per la salvezza eterna; di qui la necessità delle virtù teologali, provenienti direttamente da Dio che le infonde nell’anima dell’uomo: la fede, la speranza e la carità.

Nell’età moderna il filosofo Immanuel Kant studiò attentamente la morale, in parte condizionata dalla società ed in parte innata nell’individuo. La morale  sociale segue quello che il filosofo chiamò ‘imperativo ipotetico"; la morale innata, invece,  forma l'"imperativo categorico": due volontà differenti fra loro, che offrono all’individuo  due strade da seguire, simili solo per alcuni tratti.

Gli "imperativi ipotetici" causano nell'individuo una forzatura nel comportamento, per renderlo conforme alla legge, che può essere quella della società, come quella della religione, che spesso si intrecciano tra loro. L’individuo si sottomette alla legge senza considerare il motivo della sua azione ma solo perché così prescrive la norma.
Invece gli “imperativi categorici” non sono stabiliti da leggi o norme, non regolano la vita dell’individuo. L’imperativo categorico è universale, comune a tutti,  e da tutti inteso alla stessa maniera. E’ un “devi perché devi” e non un “devi perché vuoi”.

La legge morale non dice: ‘fai il bene’, come se fosse una costrizione, ma ‘segui la legge morale’, che porta sempre al bene. L’imperativo, perciò, non si esprime nel contenuto dell’azione, ma nella sua forma (‘obbedisci alla legge morale’). Ci si comporta secondo il dettato morale indipendentemente da qualsiasi motivo e conseguenza della propria azione: si realizza così la virtù come soggezione della volontà all'"imperativo categorico".
A Kant interessavano le condizioni “trascendentali” della vita morale dell’individuo, le condizioni a priori che garantiscono la possibilità di agire moralmente.
Titolo: Re:"Vizi privati, pubbliche virtù"
Inserito da: Doxa - Agosto 05, 2015, 10:09:37
Settenario delle virtù

La virtù è una disposizione abituale a compiere il bene, a praticare le cosiddette buone azioni. 

Come già detto nel precedente post,  Platone  ne  “La Repubblica” (IV, 427 e – 433 e) fu il primo ad  elencare  e commentare le quattro virtù:  prudenza, giustizia, temperanza, fortezza, poi da Ambrogio vescovo di Milano (dal 374 al 397) furono dette “cardinali” perché considerate principali o morali  nel “De officiis ministrorum” (= il dovere dei ministri, cioè dei sacerdoti), un manuale di etica per il clero.  Tali virtù appaiono anche  nel “Libro della Sapienza” nell’Antico Testamento : “Se uno ama la giustizia, le virtù sono il frutto delle sue fatiche. Essa insegna infatti la temperanza e la prudenza, la giustizia e la fortezza, delle quali nulla è più utile agli uomini nella vita”(8,7).

A differenza delle virtù cardinali le virtù teologali danno concretezza al rapporto del credente verso Dio e caratterizzano l’agire morale del cristiano.

L’aggettivo “teologale” deriva dal sostantivo “teologia”, parola composta da “theòs” (=Dio) e “logos” (= parola, discorso). E’ un ramo della filosofia che ha per oggetto la divinità o gli dei, la religione e i culti o i miti.

Anche il termine "teologia"  compare per la prima volta nel IV secolo a.C. nell'opera di Platone la “Repubblica” (II, 379 A).

Le tre virtù teologali furono  elencate per la prima volta da Paolo di Tarso nella prima Lettera ai Tessalonicesi, scritta nell’anno 50 (circa): “L’impegno nella fede, l’operosità nella carità, la costante speranza” (1 Tessalonicesi 1, 3).  Ribadite da questo apostolo tra il 53 ed il 57 nella  prima lettera ai Corinzi: “Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza, la carità, ma la più grande di esse è la carità”. (1 Cor. 13, 13)

Le virtù cardinali e teologali venivano considerate in modo separato ma dal 12/esimo secolo furono unite in un settenario di virtù come categorie essenziali nelle rappresentazioni cristiane, perché i credenti saranno giudicati da Dio in funzione dei loro peccati e delle loro virtù, ricevendo la ricompensa del paradiso o il castigo dell'inferno (Mt. 25, 35-36).

L'alternativa fondamentale salvezza/dannazione dominò la diffusione del discorso morale sviluppato dalla patristica e dai chierici nel Medioevo. Con la predicazione e la confessione La Chiesa voleva controllare le coscienze ed i comportamenti sociali degli individui.

Le raffigurazioni dei vizi e delle virtù si inseriscono in questo processo. 

Lo spagnolo Prudenzio (348 – 413) nella “Psychomachia” ("Lotta dell'anima"): descrive in forma epica la lotta spirituale dell'anima, supportata dalle virtù cardinali, contro l'idolatria e i corrispondenti vizi. Quest'opera esercitò una forte influenza sulla poesia medievale e sulla letteratura cristiana in generale. Come poema allegorico ebbe un ruolo determinante nel primo sviluppo della rappresentazione dei vizi e delle virtù. Nella “Psychomachia” Prudenzio descrive combattimenti epici che impegnano le personificazioni femminili: la Fede contro l'Idolatria, la Pudicizia contro la Libidine, la Pazienza contro la Collera, l'Umiltà contro la Superbia, la Sobrietà contro l'Abbondanza, la Generosità contro l'Avarizia, la Concordia contro la Discordia.

I combattimenti dei vizi e delle virtù sono rappresentati  in numerosi codici miniati. Dal 12/esimo secolo quelle simbologie vennero estese agli affreschi parietali e all’arte monumentale, scolpite in particolare nei capitelli e nei portali delle chiese. 

Le rappresentazioni artistiche sono generalmente sotto forma di allegorie femminili, statiche o dinamiche, in trono, in piedi o a mezzobusto, raramente alate, identificabili attraverso iscrizioni e per i loro attributi, oppure tramite un animale o un simbolo posto in un disco.

I simboli  delle virtù cardinali furono fissati per la prima volta all'epoca carolingia: Prudenza sorregge un libro, simbolo di saggezza e di discernimento; Giustizia è identificata grazie a una bilancia; Temperanza tiene una fiaccola e versa l'acqua da un recipiente, a simboleggiare la capacità di spegnere il fuoco delle passioni; Fortezza si caratterizza per i suoi armamenti e in particolare per lo scudo e la lancia. Nell'11/esimo secolo a questo schema furono aggiunte delle alcune varianti: Temperanza abbandona la fiaccola e, sorreggendo due recipienti, mescola l'acqua con il vino; Giustizia aggiunge ai suoi attributi una spada e alcune volte gli strumenti per tracciare una linea esatta, come il compasso o il filo a piombo; Prudenza tiene spesso un serpente o uno specchio.

Dal 12/esimo secolo le virtù teologali vennero caratterizzate nei seguenti modi: la “Speranza”  con un ramoscello d'ulivo, segno della fine del diluvio; la “Fede” d un fonte battesimale o una croce; la “Carità” con un pane e un calice.

Alla fine del Medioevo le varianti divennero molto numerose. 
Titolo: Re:"Vizi privati, pubbliche virtù"
Inserito da: Doxa - Agosto 06, 2015, 11:11:33
Nella “Commedia” il primo Canto del Purgatorio è ambientato sulla spiaggia. Dante vede nel cielo  del polo sud australe quattro stelle molto luminose: sono il simbolo delle virtù cardinali (prudenza, giustizia, fortezza e temperanza), considerate dalla teologia cristiana propedeutiche all’acquisizione delle tre virtù teologali (fede, speranza e carità), accennate nel Canto ottavo del Purgatorio: Dante alza lo sguardo al cielo e guarda tre stelle splendenti che illuminano il cielo australe. Esse simboleggiano le tre virtù teologali, riproposte nel Paradiso nei Canti XXIV, XXV e XXVI. 

Oltre la letteratura anche la filosofia e la psicologia si occupano delle virtù.

Il ramo della filosofia che si occupa delle virtù è l’etica: studia i fondamenti oggettivi e razionali che permettono di assegnare ai comportamenti degli individui uno status deontologico, distinguendoli in buoni, giusti, o moralmente leciti, rispetto ai comportamenti ritenuti malvagi o moralmente inappropriati.

La domanda che l’etica (o filosofia morale) si pone è:  “che tipo di persona dovrebbe essere”? Invece la  psicologia, in quanto scienza che studia il comportamento umano si pone un’altra domanda: “che tipo di persona è ?”. E’ evidente la divaricazione tra  le due discipline.  La psicologia non valuta l’individuo, ne descrive la personalità in modo moralmente neutro.

Per la psicologia le virtù sono potenzialità latenti, il cui sviluppo è possibile se il bambino vive in un ambiente  familiare interessato al suo sviluppo morale. Infatti le virtù morali vengono acquisite tramite l’educazione e la perseveranza. Quattro di esse sono considerate “principali”, considerate simili ai cardini perciò dette “cardinali”: la prudenza (“prudentia”), la giustizia (“iustitia”), la fortezza (“fortitudo”) e la temperanza (“temperantia”). Ad ognuna di queste dedicherò un post.
Titolo: Re:"Vizi privati, pubbliche virtù"
Inserito da: nihil - Agosto 06, 2015, 15:05:09
ti leggo, anche se non commento, perchè non ne sono all'altezza. Una domanda te la vorrei fare, forse centra poco con queste tematiche, ma mi sembri un tipo informato sui fatti: in un libro di Bruno Tacconi ho letto che già dopo una trentina di anni dalla morte di Gesù, i cristiani contavano gli anni dalla sua nascita. Possibile? conosco Tacconi come scrittore preciso ed una svarione simile non se lo sarebbe concesso, tuttavia la cosa mi ha interessata. Che ne dici, sarà vero?
Titolo: Re:"Vizi privati, pubbliche virtù"
Inserito da: Doxa - Agosto 07, 2015, 09:30:00
Gentile Nihil, ti ringrazio per la pazienza che hai nel leggere i miei post.

Il medico Bruno Tacconi amava la storia delle antiche civiltà mesopotamiche, ma in quale fonte scritta lesse “che già dopo una trentina di anni dalla morte di Gesù, i cristiani contavano gli anni dalla sua nascita.” ? 

Non rammento tale notizia nei libri di storia del cristianesimo che ho letto. Eppure sono testi scritti da storici di questa disciplina.

Non si conosce l’anno di nascita di Gesù, né il mese né il giorno, perciò come facevano i paleo cristiani a contare “gli anni dalla sua nascita” ? I Vangeli canonici non indicano la data. E il primo dei quattro vangeli, quello di Marco,  fu scritto tra il 60 ed il 70 circa. 

Storicamente il primo a proporre l’era cristiana fu il monaco Dionigi il Piccolo, vissuto nel VI secolo. Calcolò che Gesù Cristo fosse nato il 25 Dicembre dell'anno 753 “ab urbe condita”, cioè  753 anni dopo la fondazione di Roma, e pensò che gli anni dovessero essere contati dall’anno domini, dall’ipotetica nascita di Gesù, fondamentale per la religione cristiana, e non dalla fondazione di Roma o dall'inizio del regno di alcuni imperatori, come quello di Diocleziano  nel 284. 

Titolo: Re:"Vizi privati, pubbliche virtù"
Inserito da: Doxa - Agosto 07, 2015, 10:44:53
Prudenza: è la virtù che induce a discernere il proprio bene e a scegliere i mezzi adeguati per raggiungerlo.
La prudenza deriva dalla conoscenza e dalla volontà. Cercare il bene (momento conoscitivo), scelta del bene che si vuole (momento volitivo). La prudenza è la retta norma dell’azione, scrisse Tommaso d’Aquino. 

“Siate prudenti come i serpenti e semplici come le colombe”, è il monito che Gesù dice ai suoi discepoli, che devono essere consapevoli di vivere nel mondo “come pecore in mezzo ai lupi”. (Matteo 10, 16).

Nella parabola evangelica “delle vergini stolte e prudenti” (Matteo 25, 1–13) si legge che “Cinque di esse erano stolte e cinque prudenti”.

La prudenza è nemica della fretta, induce a valutare con calma prima di decidere.

Secondo la filosofia classica, ripresa poi dalla filosofia Scolastica, la Prudenza è intesa come capacità di memoria, intelligenza e previsione. Dante afferma nel Convivio (IV, 27): “Conviensi adunque essere prudente, cioè savio: e a ciò essere si richiede buona memoria delle vedute cose, e buona conoscenza delle presenti, e buona provvedenza delle future”.

Le tre facoltà intellettuali necessarie alla Prudenza sono messe in correlazione con la vecchiaia, la maturità e la giovinezza.

Secondo la filosofia classica, ripresa poi dalla filosofia Scolastica, la Prudenza è intesa come capacità di memoria, intelligenza e previsione. Dante afferma nel Convivio (IV, 27): “Conviensi adunque essere prudente, cioè savio: e a ciò essere si richiede buona memoria delle vedute cose, e buona conoscenza delle presenti, e buona provvedenza delle future”.

Le tre facoltà intellettuali necessarie alla Prudenza sono messe in correlazione con la vecchiaia, la maturità e la giovinezza.

(https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/a/a7/Titian_-_Allegorie_der_Zeit.jpg/300px-Titian_-_Allegorie_der_Zeit.jpg)
Tiziano: “allegoria della Prudenza” (1565 – 1570 circa; Londra, National Gallery)

Nel quadro sono rappresentate tre teste umane: un anziano, un uomo maturo ed un giovane, che simboleggiano le tre età dell’uomo.  Le loro teste sovrastano tre teste animali: un leone, un lupo ed un cane: il leone è ritratto di fronte, il lupo ha la testa volta indietro, il cane guarda in avanti.

Negli animali raffigurati il lupo simboleggia colui che divora i ricordi del passato e li fa dimenticare; il leone rappresenta la forza con la quale bisogna condurre le proprie azioni nel presente; il cane è  simbolo di speranza nel futuro.

Al di sopra delle tre teste umane c’è scritto un motto diviso in tre parti che spiega il senso dell’allegoria: ”Ex preterito / praesens prudenter agit / ni futura (m) actione (m) deturpet” (Sulla base del passato / il presente prudentemente agisce / per non guastare l’azione futura). Questo testo corrisponde al lavoro del psicoterapeuta: parlare di eventi passati che possono essere stati traumatici per la psiche e fare un lavoro di psicoterapia per attenuarli. Così facendo il passato non influisce negativamente sul presente ma fa parte della vita della persona, anzi serve a continuare verso un futuro con l’esperienza del passato, con la personalità rafforzata.

Titolo: Re:"Vizi privati, pubbliche virtù"
Inserito da: nihil - Agosto 07, 2015, 22:45:06
Gentile Nihil, ti ringrazio per la pazienza che hai nel leggere i miei post.

Il medico Bruno Tacconi amava la storia delle antiche civiltà mesopotamiche, ma in quale fonte scritta lesse “che già dopo una trentina di anni dalla morte di Gesù, i cristiani contavano gli anni dalla sua nascita.” ? 

Non rammento tale notizia nei libri di storia del cristianesimo che ho letto. Eppure sono testi scritti da storici di questa disciplina.

Non si conosce l’anno di nascita di Gesù, né il mese né il giorno, perciò come facevano i paleo cristiani a contare “gli anni dalla sua nascita” ? I Vangeli canonici non indicano la data. E il primo dei quattro vangeli, quello di Marco,  fu scritto tra il 60 ed il 70 circa. 

Storicamente il primo a proporre l’era cristiana fu il monaco Dionigi il Piccolo, vissuto nel VI secolo. Calcolò che Gesù Cristo fosse nato il 25 Dicembre dell'anno 753 “ab urbe condita”, cioè  753 anni dopo la fondazione di Roma, e pensò che gli anni dovessero essere contati dall’anno domini, dall’ipotetica nascita di Gesù, fondamentale per la religione cristiana, e non dalla fondazione di Roma o dall'inizio del regno di alcuni imperatori, come quello di Diocleziano  nel 284. 


il libro in cui ho trovato la cosa è "Masada".In realtà l'ho trovato discretamente brutto e l'ho abbandonato. Inoltre, secondo me, i cristiani avrebbero dovuto immaginare a priori che Gesùsarebbe diventato un tipo famoso!  :)
Titolo: Re:"Vizi privati, pubbliche virtù"
Inserito da: Doxa - Agosto 10, 2015, 09:36:42
Giustizia.
 
Il sostantivo giustizia deriva dal latino “justitia”, da jùstus” (= giusto) e questo da “jus” (= diritto).
Il termine greco per giustizia è “dikaiosyne” mentre il giusto è “dikaios”. Derivano dal sostantivo “dike” che significava in origine colei che indica, che indirizza e quindi direttiva, indicazione, ordine.

La definizione generale tradizionale, in senso giuridico ed etico-sociale, di giustizia è: "la volontà costante e perpetua di dare a ciascuno il suo diritto".

Ci sono diverse forme di giustizia: tramite il diritto può regolare le relazioni tra gli individui, i rapporti tra una comunità e i suoi cittadini, può riguardare il potere giudiziario, la giustizia  divina, ecc..

Nel mondo greco-romano il concetto di giustizia era basato sul principio ideale del diritto naturale, cioè su norme non scritte ma presenti nella coscienza degli individui, considerate universali, immutabili e necessarie per l’armonia nei rapporti umani.

Il politico ed oratore forense Marco Tullio Cicerone (106 a.C – 43 a.C.) nel suo saggio di filosofia del diritto “De legibus”,  afferma che il diritto naturale è uguale in ogni luogo e in ogni tempo, nato prima della fondazione di ogni Stato e di ogni norma.

L'uomo giusto che si cita nella Bibbia, si distingue per l'abituale rettitudine della propria condotta verso il prossimo.  “Non tratterai con parzialità il povero, né userai preferenze verso il potente; ma giudicherai il tuo prossimo con giustizia” (Lv 19,15).  “Voi, padroni, date ai vostri servi ciò che è giusto ed equo, sapendo che anche voi avete un padrone in cielo” (Col 4,1).

Per la Chiesa la legge naturale deriva dalla Sapienza divina. La si può definire, in senso biblico, come un insegnamento paterno, una pedagogia di Dio.

Nel catechismo della Chiesa cattolica c’è l’articolo riguardante la legge naturale, detta anche “legge morale”, che permette all’individuo di distinguere il bene e il male, la verità e la menzogna.

La legge naturale è universale e immutabile nei suoi precetti e la sua autorità è erga omnes, rivolta a tutti.

Nel terzo Canto dell’Inferno dantesco il poeta scrive: “Giustizia mosse il mio alto fattore; / fecemi la divina podestate, / la somma sapïenza e 'l primo amore. (vv. 4 – 6) (= La Giustizia spinse il mio grande artefice –Dio- a crearmi, mi fece la divina potenza, la somma sapienza e il primo amore.)

Nel XIX Canto del Paradiso un’aquila si staglia di fronte a Dante con le ali aperte, formata da migliaia di spiriti giusti che fruiscono della visione divina e ognuno di essi sembra un rubino che scintilla colpito dai raggi del sole. Dante  sa che in Paradiso vige la giustizia divina, quindi si prepara ad ascoltare dall’aquila la risposta a un suo dubbio.

I riferimenti danteschi alla giustizia non  sono solo nella Divina Commedia, ma soprattutto nel “Monarchia”.

II concetto di giustizia suppone quello di diritto, perché la giustizia è la dimensione morale del diritto. Entrambi mirano ad assicurare l'armonia morale, politica, sociale e/o economica all'interno di una società.
Titolo: Re:"Vizi privati, pubbliche virtù"
Inserito da: Doxa - Agosto 11, 2015, 10:17:45
Fortezza: in latino Fortitudo (= forza)

(https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/e/ec/Sandro_Botticelli_-_Fortitude_%28Uffizi%29.jpg/220px-Sandro_Botticelli_-_Fortitude_%28Uffizi%29.jpg)
Sandro Botticelli: “Fortitudo” (Galleria degli Uffizi; Firenze)
La fortezza è  simbolicamente rappresentata da una figura femminile  che indossa l’armatura, necessaria per il combattimento contro il male e il conseguimento del bene. Regge nelle mani lo scettro o la spada.

Per il catechismo della Chiesa cattolica la fortezza è la virtù morale che dà coraggio, costanza nella ricerca del bene e resistenza alle tentazioni peccaminose. 

Nel Canto XXXIV dell’Inferno Virgilio indica a Dante la città di Dite: “Ecco Dite”, dicendo, “ed ecco il loco / ove convien che di fortezza t’armi”. (VV. 20 – 21) Dite è il toponimo usato da Dante per indicare nell’Inferno l’immaginaria città di Lucifero, chiusa da mura ferrigne ed alte torri, circondata dalla palude formata dall’acqua del fiume Stige, e l’ingresso vigilato da diavoli.

Nei Canti III, IV e V del Paradiso l’Alighieri celebra la virtù della fortezza, che rifulse in Muzio Scevola e in San Lorenzo. Dante si rivolge
all'anima che appare più disposta a parlare, quella della nobildonna Piccarda Donati. Le chiede chi è, la sua condizione e quella delle altre anime nel luogo. 
Piccarda Donati, a differenza di S. Chiara, non ebbe la fortezza eroica che Dante ammira, tuttavia anch'essa dette esempi di fortezza, come quando non cedette alla violenza del fratello (Corso Donati), che la fece uscire con la forza dal convento delle Clarisse per sposare il facinoroso e ricco Rossellino della Tosa. (vv. 34 – 57)

Per la psicologia il coraggio è collegato all’azione, la fortezza d’animo alle emozioni ed ai sentimenti. Un individuo ha coraggio per affrontare i pericoli e la fortezza d’animo o spirituale per sopportare le sofferenze, le avversità: "Sono come la pianta che cresce sulla nuda roccia: quanto più mi sferza il vento, tanto più affondo le mie radici" (proverbio indiano)

Nel suo libro “La forza d’animo” la psicologa Anna Oliverio Ferraris connette questa forza spirituale alla “resilienza”: la proprietà che hanno i metalli di tornare alla loro forma iniziale.  In psicologia la resilienza  è considerata un mix di resistenza e flessibilità psicologica.  I resilienti dopo aver subito uno stress forte mettono ordine nel caos. Hanno capacità d' iniziativa, non cadono in depressione, sanno gestire i sensi di colpa perché distinguono tra quello che dipende da noi e quello che non dipende da noi. Hanno una dimensione spirituale. Usano la compassione per consolare se stessi e gli altri.
Titolo: Re:"Vizi privati, pubbliche virtù"
Inserito da: Doxa - Agosto 12, 2015, 09:40:19
Temperanza: è la virtù della moderazione. Questo sostantivo deriva dal verbo temperare, che nell’antichità veniva usato per indicare la miscelazione in modo proporzionale, in particolare del vino, che i Romani mescolavano con l’acqua per renderlo meno alcolico, oppure l’addolcivano con il miele o profumavano con foglie di rosa, viola e cedro, cannella e zafferano.

Da quel significato di giusto dosaggio della miscelazione  ci è pervenuto il senso generale del termine: la capacità di soddisfare con equilibrio e moderazione i propri istinti e desideri.

Il filosofo Aristotele nell’Etica Nicomachea indica la temperanza come il giusto mezzo contro gli eccessi. Invece Cicerone nel “De officiis” la descrive come “giusta misura in ogni cosa”.

Le religioni lodano questa virtù e chiedono ai fedeli di praticarla con la “mortificazione della carne” tramite il digiuno e la castità.

Nella Bibbia la virtù della temperanza, è indicata anche con il termine di “sobrietà”, “moderazione” o “dominio di sé”.

Nell'Antico Testamento la moderazione o temperanza è elogiata nel “Siracide”: “Non seguire le passioni; poni un freno ai tuoi desideri. (Sir 18, 30)

Nel Nuovo Testamento  troviamo la temperanza nella cosiddetta “Seconda lettera di Pietro”, con riferimento all’apostolo ma redatta  in lingua greca tra il 100 ed il 160  da un altro autore che si presenta come Pietro e conosceva la “Prima lettera di Pietro”.
Nella seconda lettera di Pietro si dice: “Per questo mettete ogni impegno per aggiungere alla vostra fede la virtù, alla virtù la conoscenza, alla conoscenza la temperanza, alla temperanza la pazienza, alla pazienza la pietà, alla pietà l'amore fraterno, all'amore fraterno la carità. Se queste cose si trovano in abbondanza in voi, non vi lasceranno oziosi né senza frutto per la conoscenza del Signore nostro Gesù Cristo”.

Per il catechismo della Chiesa cattolica la temperanza è la virtù morale che modera l'attrattiva dei piaceri e rende capaci di equilibrio nell'uso dei beni creati. Essa assicura il dominio della volontà sugli istinti e mantiene i desideri entro i limiti dell'onestà. La persona temperante orienta al bene i propri appetiti sensibili, conserva una sana discrezione, e non segue il proprio istinto e la propria forza assecondando i desideri del proprio cuore”. Secondo questa definizione l’ultima virtù cardinale è fondamentale nel gestire gli eccessi ed è la capacità di fare ciò che è giusto ed evitare ciò che è sbagliato attraverso l’esercizio del proprio autocontrollo.

Nella “Commedia” dell’Alighieri ci sono esempi di temperanza nella VI Cornice del Purgatorio. Nel Canto XXII (vv. 115 – 154) e nel Canto XXIV (vv. 130 – 154), qui Dante scorge l'angelo della temperanza, che li invita a salire per accedere alla Cornice successiva.
 
Per la psicologia la temperanza è la virtù  di governare la propria vita evitando gli eccessi. E’ l’espressione misurata delle proprie necessità. E’ anche valutazione dei propri limiti e dei punti di forza.

La temperanza ha delle sottocomponenti: l’autoregolazione o autocontrollo, la prudenza, la moderazione nei desideri, la  capacità di perdonare gli altri.

Titolo: Re:"Vizi privati, pubbliche virtù"
Inserito da: Doxa - Agosto 14, 2015, 06:22:57
Nei precedenti post ho descritto le virtù cardinali, le quali ispirano i comportamenti dell’individuo verso il bene. La scelta è  favorita dal modo virtuoso di vivere,  definito “phrònimos” (= saggio) dal filosofo Aristotele.

Ora è giunto il momento di descrivere le virtù teologali, che motivano a vivere in relazione con Dio. Secondo il catechismo della Chiesa cattolica esse fondano e caratterizzano l'agire morale del cristiano.

L’aggettivo “teologale” deriva dal sostantivo “teologia”, e questo dal greco “theologhia”, parola composta da “theòs” (=Dio) e “loghia”, da “logos” (= parola, discorso). Discorso su Dio come soggetto  e come oggetto. Entrambi i significati sono importanti per la teologia cristiana, perché considera la teologia come opera di Dio e dell’Uomo.

Le virtù teologali hanno Dio come oggetto. Con la Fede noi crediamo in Dio, e crediamo tutto ciò che Egli ha rivelato; con la Speranza speriamo di possedere Dio; con la Carità amiamo Dio e in Lui amiamo noi stessi e il prossimo.

Come ho già detto in un precedente post,  le tre virtù teologali furono  elencate per la prima volta da Paolo di Tarso nella prima Lettera ai Tessalonicesi, scritta nell’anno 50 (circa): “L’impegno nella fede, l’operosità nella carità, la costante speranza” (1 Tessalonicesi 1, 3).  Ribadite da questo apostolo tra il 53 ed il 57 nella  prima lettera ai Corinzi: “Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza, la carità, ma la più grande di esse è la carità”. (1 Cor. 13, 13)

Le tre virtù teologali (fede, speranza e carità) sono  accennate nel Canto ottavo del Purgatorio:  Dante alza lo sguardo al cielo e guarda tre stelle splendenti che illuminano il cielo australe. Esse simboleggiano le tre virtù teologali, riproposte nel Paradiso nei Canti XXIV, XXV e XXVI. 
Titolo: Re:"Vizi privati, pubbliche virtù"
Inserito da: Doxa - Agosto 16, 2015, 07:10:26
Fede

Il sostantivo “fede” deriva dal latino “fides” e significa “fiducia”, lealtà.

Nell'antica Roma la lealtà fu personificata dalla dea Fides, patrona dell’ordine sociale e politico. Veniva raffigurata come donna anziana, con i capelli bianchi. Simboleggiava il rispetto dei contratti, dei patti. Il suo culto fu stabilito da Numa Pompilio, uno dei mitici sette re di Roma. Sulla collina del Campidoglio, alla dea Fides  venne dedicato un tempio, nel quale venivano custoditi i trattati stipulati dal Senato romano per farli proteggere da questa dea, al cui culto erano assegnati i sacerdoti flamini, addetti anche all’accensione del fuoco sull’ara dei sacrifici.

La dea Fides era considerata importante dagli imperatori perché collegata alla “fides militum”, la lealtà dei soldati.  Ma era fondamentale anche nei rapporti interpersonali e per la “Res publica”, basata  sui valori di Fides, Virtus, Honos, Concordia, Libertas e Pietas.

Fede – fiducia: la radice semantica è la stessa. Fiducia deriva dal latino “fìdere” (= fidare, aver fede). La fiducia spesso si concede senza la certezza di essere corrisposti.  E’ come  una scommessa. 

Nell’ambito religioso la fede è la virtù che induce a credere in Dio, a ciò che egli ha “rivelato”.

Senza la fede la religione si riduce a moralismo e a manifestazione rituale e sociale.

Nel Vangelo di Luca la parola “fede” è più volte citata.
 
Rivolto agli apostoli Gesù disse: “Dov’è la vostra fede ?” (Lc 8, 25)

“In quel tempo, gli apostoli dissero al Signore: “Aumenta la nostra fede”…(Lc 17, 5). Essi sanno che la fede è un dono di Dio per chi si apre al suo agire, e si fida delle sue promesse.

Con l’affermazione del cristianesimo ci fu l’esigenza di chiarire il rapporto tra fede e ragione (fides e ratio), gli aspetti che distinguono o conciliano le verità della fede e le verità filosofiche.

Per Agostino d’Ippona  il rapporto tra fede e ragione è espressa nella frase: “intellige ut credas, crede ut intelligas”, cioé nell’invito a capire per credere ed a credere per capire.

Nella lettera enciclica “Fides e ratio”  del pontefice Giovanni Paolo II, pubblicata il 14 settembre 1998, c’è la metafora delle due ali, la fede e la ragione, che servono all’individuo per la ricerca della verità, perciò non si escludono ma si completano e si sostengono a vicenda.

Nel XXIV Canto del Paradiso l’apostolo Pietro chiede a Dante cosa sia la fede: “ Di', buon cristiano, fatti manifesto / fede che è ?” Il poeta gli risponde: La  “Fede è sustanza di cose sperate” (vv. 64 – 66)

Per la psicologia la fede, la fiducia in Dio  è un’importante risorsa, dà speranza, sostegno morale nella sofferenza e nella malattia, tramite la preghiera.

Il giornalista e poeta romano Trilussa, pseudonimo formato con l’anagramma del suo vero nome: Carlo Alberto Camillo Mariano Salustri (1871 – 1950), è noto per le sue composizioni in dialetto romanesco, una delle quali la dedico a “La fede”:   

Quella vecchietta cieca, che incontrai
la notte che me spersi in mezzo ar bosco,
me disse: - Se la strada nun la sai,
te ciaccompagno io, ché la conosco.
Se ciai la forza de venimme appresso,
de tanto in tanto te darò 'na voce,
fino là in fonno, dove c'è un cipresso,
fino là in cima, dove c'è la Croce…
Io risposi: - Sarà … ma trovo strano
che me possa guidà chi nun ce vede … -
La cieca allora me pijò la mano
e sospirò: - Cammina! - Era fa Fede.

(Trilussa)
Titolo: Re:"Vizi privati, pubbliche virtù"
Inserito da: Doxa - Agosto 17, 2015, 06:48:21
Speranza

Il sostantivo “speranza” deriva dal latino “spes” ed allude alla fiduciosa attesa di un evento.

Nella mitologia romana la Spes fu venerata come una divinità, rappresentata in piedi con un bocciòlo di fiore nella mano destra e la veste sollevata sul fianco sinistro.   Veniva celebrata con riti in suo onore l’1 agosto.
 
A Roma nel luogo dov’era il Foro Olitorio (Forum Holiturium), ci sono i  resti del tempio dedicato a Spes. Venne fatto edificare dal console Aulo Attilio Calatino durante la prima guerra punica, che si svolse tra il 264 ed il 241 a.C..

Il Foro Olitorio occupava un'area alle pendici del Campidoglio, tra il Teatro di Marcello ed il Foro Boario. Nell’antichità vi si svolgeva il mercato della frutta e verdura. Una parte di quella piazza era adibita ad area sacra con tre tempietti dedicati a Giano, Speranza e Giunone Sospita. 

Nell’urbe un altro tempio dedicato alla Speranza era adiacente al “vicus longus” sul colle Esquilino.

Nella mitologia greca la Speranza era denominata “Elpis”.

Il poeta greco Esiodo, vissuto tra la fine dell’VIII sec. a. C. e l’inizio del VII sec. a.C., nel suo poema didascalico “Le opere e i giorni” narra  che la speranza era tra i doni custoditi nel vaso regalato a “Pandora” ( nome che significa “tutti i doni”), la quale aveva avuto l'ordine di non aprirlo. Ma Pandora fu vinta dalla curiosità, aprì il vaso  e tutti i mali che vi erano contenuti volarono nel mondo. Per volontà di Zeus soltanto Elpìs rimase dentro il vaso, perciò la frase latina “Spes ultima dea” (= la Speranza ultima dea) che ancòra usiamo, ma nella versione che dice: “la speranza è l'ultima a morire”.

Si può vivere senza speranza ? E' un dono prezioso, permette di andare avanti anche quando la situazione che si vive non offre molte opportunità.
La virtù della speranza sostiene moralmente dallo scoraggiamento, dà la forza morale per perseverare nelle difficoltà, per far fronte alle difficoltà quotidiane, per dire si  alla vita, nonostante le sofferenze e  le avversità. Abbiamo bisogno di sperare che sia possibile il raggiungimento di mete,  di poter conseguire progetti, di realizzarci nell’amore.

In ambito psicologico alla speranza è assegnato un compito fondamentale, supportare la motivazione all’azione. Nella psicoterapia permette al paziente di avere fiducia nel futuro, di poter superare la propria sofferenza.

L’ex pontefice e “papa emerito” Benedetto XVI nell’enciclica “Spe salvi”  (= Salvati nella speranza), pubblicata il 30 novembre 2007,   spiega che la “speranza cristiana” non è individualista, ma comunitaria, perché discende dall’essere in comunione con Gesù. Essa agisce nel presente, come certezza dell'avvenire e fiducia che la propria vita non finisce con la morte.

Nel III Canto dell’Inferno si narra che Dante e Virgilio giungono di fronte alla porta dell'Inferno, su cui c’è una scritta che mette in guardia chi sta per entrare:  ammonisce che tale porta durerà in eterno e che una volta varcata non c'è speranza di tornare indietro.
“Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate". / Queste parole di colore oscuro / vid’io scritte al sommo d’una porta;”.  Virgilio dice a Dante di non aver paura e di prepararsi all'ingresso nell'Inferno, tra le anime dannate.

Invece il XXV Canto del Paradiso si svolge nel cielo delle stelle fisse, dove ci sono gli spiriti trionfanti. L’apostolo  Giacomo, esortato da Beatrice esamina Dante sulla speranza, virtù che il santo ben conosce in quanto ne è la figura allegorica.

In ambito letterario penso a due poesie di Giacomo Leopardi: “La sera del dì di festa”  e “A Silvia”. In entrambi i componimenti il poeta cita la speranza. 

"La sera del dì di festa"
   
Dolce e chiara è la notte e senza vento,
E queta sovra i tetti e in mezzo agli orti
Posa la luna, e di lontan rivela
Serena ogni montagna. O donna mia,
Già tace ogni sentiero, e pei balconi
Rara traluce la notturna lampa:
Tu dormi, che t'accolse agevol sonno
Nelle tue chete stanze; e non ti morde
Cura nessuna; e già non sai nè pensi
Quanta piaga m'apristi in mezzo al petto.
Tu dormi: io questo ciel, che sì benigno
Appare in vista, a salutar m'affaccio,
E l'antica natura onnipossente,
Che mi fece all'affanno. A te la speme
Nego, mi disse, anche la speme;
e d'altro
Non brillin gli occhi tuoi se non di pianto. […]


"A Silvia"

Silvia, rimembri ancora
quel tempo della tua vita mortale,
quando beltà splendea
negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,
e tu, lieta e pensosa, il limitare
di gioventù salivi?
 
Sonavan le quiete
stanze, e le vie d'intorno,
al tuo perpetuo canto,
allor che all'opre femminili intenta
sedevi, assai contenta
di quel vago avvenir che in mente avevi.
Era il maggio odoroso: e tu solevi
così menare il giorno. 

Io gli studi leggiadri
talor lasciando e le sudate carte,
ove il tempo mio primo
e di me si spendea la miglior parte,
d’in su i veroni del paterno ostello
porgea gli orecchi al suon della tua voce,
ed alla man veloce
che percorrea la faticosa tela.
Mirava il ciel sereno,
le vie dorate e gli orti,
e quinci il mar da lungi, e quindi il monte.
Lingua mortal non dice
quel ch’io sentiva in seno. 

Che pensieri soavi,
che speranze, che cori, o Silvia mia!
Quale allor ci apparia
la vita umana e il fato!
Quando sovviemmi di cotanta speme,
un affetto mi preme
acerbo e sconsolato,
e tornami a doler di mia sventura.
O natura, o natura,
perché non rendi poi
quel che prometti allor? perché di tanto
inganni i figli tuoi?
 
Tu pria che l’erbe inaridisse il verno,
da chiuso morbo combattuta e vinta,
perivi, o tenerella. E non vedevi
il fior degli anni tuoi;
non ti molceva il core
la dolce lode or delle negre chiome,
or degli sguardi innamorati e schivi;
né teco le compagne ai dì festivi
ragionavan d’amore.
 
Anche perìa fra poco
la speranza mia dolce
: agli anni miei
anche negaro i fati
la giovinezza. Ahi come,
come passata sei,
cara compagna dell’età mia nova,
mia lacrimata speme!

Questo è il mondo? questi
i diletti, l’amor, l’opre, gli eventi,
onde cotanto ragionammo insieme?
questa la sorte delle umane genti?
All’apparir del vero
tu, misera, cadesti: e con la mano
la fredda morte ed una tomba ignuda
mostravi di lontano.   


Titolo: Re:"Vizi privati, pubbliche virtù"
Inserito da: Doxa - Agosto 19, 2015, 11:15:27
Carità

Il sostantivo carità deriva dal latino “caritatem”, accusativo di “caritas” (= benevolenza), la quale discende  dall’aggettivo “carus” , che in origine significava “costoso”,  poi fu ampliato di significato ed utilizzato anche per indicare il sentimento di stima ed affetto verso una persona cara.

A volte il lemma carità viene scritto nella forma “charitas” per imitazione del vocabolo greco “chàris”, che significa “grazia” e simboleggia  l'armonia e la perfezione alle quali  un essere mortale dovrebbe tendere.

Con il cristianesimo alcuni termini facenti parte della concezione civile e politica romana assunsero anche un significato religioso e la parola “caritas” passò a significare l'agàpe,  l’amore in senso religioso, l’affetto di Dio verso l’umanità.

Nel nostro tempo di solito usiamo il termine carità con riferimento all’elemosina. A questo riguardo il Vangelo di Matteo ammonisce: Guardatevi dal praticare le vostre buone opere davanti agli uomini per essere da loro ammirati, altrimenti non avrete ricompensa presso il Padre vostro che è nei cieli. Quando dunque fai l'elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade per essere lodati dagli uomini. In verità vi dico: hanno gia ricevuto la loro ricompensa. Quando invece tu fai l'elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti segreta; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà”. (6, 1 – 4) Ed ancora la carità in Matteo con la parabola degli operai mandati nella vigna (20, 1 – 16).

L’apostolo Paolo di Tarso nel tredicesimo capitolo della “Prima lettera ai Corinzi (13, 1 – 13) esalta la virtù teologale della carità cristiana nel bellissimo brano noto come “Inno alla carità”.

Tommaso d’Aquino nella Summa Theologiae  afferma che la carità è amicizia dell’uomo con Dio, secondo il passo evangelico di Giovanni “non vi chiamo più servi..., ma vi ho chiamato amici” (15, 15).

Nella simbologia cristiana la carità è simboleggiata dal pellicano, che nel bestiario “Physiologus”, elaborato tra il II ed il IV sec. d.C.,  rimanda a significati metafisici o al comportamento umano. 

Il pellicano esprime la carità materna  quando è raffigurato insieme alla Vergine Maria. Tale icona evoca la Caritas di epoca romana, narrata dallo storico Valerio Massimo, vissuto tra la fine del I sec. a. C, e la prima metà del I sec. d.C.. Tale racconto ispirò la rappresentazione della “Madonna della Carità” che allatta un vecchio mendicante. Invece la  “Madonna del latte” nutre  al suo seno un neonato.

Nel basso medioevo per connotare la personificazione della carità lo scultore ed architetto Nicola Pisano usò come simbolo la fiaccola, invece il pittore Giotto la spiga di grano o un fiore, mentre lo scultore Tino di Camaino,  fece ricorso all’immagine dell’allattamento di due bambini e la melagrana come simbolo dell’abbondanza. 
 
Per Dante Alighieri la carità è il principio ordinatore del sistema morale.

Nel XIII Canto e II Cornice del Purgatorio Dante e Virgilio mentre camminano sentono volare sopra di sé degli spiriti che rivolgono degli inviti alla carità. Invece nel Canto XXVI del Paradiso, VIII Cielo delle stelle fisse, l’apostolo Giovanni esamina Dante sulla carità e questo risponde dicendo che oggetto della sua carità è Dio.  Ma San Giovanni  lo esorta a distinguere e a dire qual è l'origine della carità. Il poeta risponde che tale virtù gli viene da argomenti filosofici e dall'autorità che discende dal Cielo, poiché il bene in quanto tale accende amore di sé non appena viene compreso nella sua essenza (vv. 1 – 66)

Il papa emerito Benedetto XVI parlò della carità in tre documenti:

nell’enciclica  del 25 dicembre 2005 titolata “Deus caritas est” (= Dio è amore), frase desunta dalla “Prima Lettera di Giovanni”:  “Dio è amore; chi sta nell'amore dimora in Dio e Dio dimora in lui”. (1 Gv 4, 16);
 
nell’esortazione apostolica post-sinodale “Sacramentum caritatis” (=  il sacramento della carità) del 22 febbraio 2007;
 
nell’enciclica “Caritas in veritate” (= la carità nella verità) del 29 giugno 2009, nella quale ha scritto che “La carità è la via maestra della dottrina sociale della Chiesa. Ogni responsabilità e impegno delineati da tale dottrina sono attinti alla carità che, secondo l'insegnamento di Gesù, è la sintesi di tutta la Legge (cfr. Mt 22,36-40). Essa dà vera sostanza alla relazione personale con Dio e con il prossimo; è il principio non solo dei rapporti amicali o familiari, ma anche delle relazioni sociali, economiche e  politiche. 
Titolo: Re:"Vizi privati, pubbliche virtù"
Inserito da: Doxa - Agosto 21, 2015, 07:37:13
Virtù civiche
 
Altre interessanti virtù sono quelle civiche o civili, che inducono i cittadini a perseguire l’interesse generale di una comunità per migliorare le condizioni di vita e favorire il progresso sociale, anche se ci sono individui che hanno interessi, idee e bisogni diversi.
 
Le virtù civiche derivano dalle virtù morali e formano la coscienza civica, che merita l’approfondimento concettuale.

Coscienza” deriva dal latino “conscientia”: indica nell’individuo la sua consapevolezza dell’ambiente circostante e la facoltà di interagire con esso.

Civica”, dal latino “civicus”: l’”homo civicus”  si occupa della “res-pubblica”  (= cosa del popolo); nell'antica Roma, in epoca repubblicana, Marco Tullio Cicerone espresse il rapporto fra res publica e populus in senso patrimoniale: la prima è possesso del popolo, che ne esercita la sua titolarità come un pater familias esercita la propria sulla sua domus. La “Res publica” era basata  sui valori di Fides, Virtus, Honos, Concordia, Libertas e Pietas.

Civicus” deriva da “civis”, = cittadino di una comunità. “Civis Romanus sum” (= Sono cittadino romano), è una locuzione in lingua latina che nell’antichità  indicava l'appartenenza di un cittadino all'Impero Romano e sottintende, in senso lato, tutti i diritti (e i doveri) connessi a tale stato.

La coscienza dei doveri di cittadino viene manifestata con azioni e comportamenti utili al bene comune. L’osservanza delle norme del vivere civile (dettata dal rispetto per i diritti altrui e dalla consapevolezza dei propri doveri) è detta “civismo”: questo termine deriva dal francese “civisme” ed indica la coscienza che il cittadino ha dei suoi doveri civici. Ma in Italia il civismo non è diffuso. Siamo la patria del “familismo amorale”, un concetto sociologico usato dal politologo statunitense  Edward C. Banfield (1916 – 1999) nel saggio pubblicato nel 1958, in Italia nel 1976, con il titolo: “Basi morali di una società arretrata”,  in riferimento ad un paese dell’Italia meridionale, Chiaromonte, in provincia di Potenza.

In Italia la tenuta sociale, controllata nel passato  anche dalla religione cattolica con lo spauracchio delle pene infernali,  non è stata rimpiazzata da una sufficiente educazione alla democrazia con i suoi diritti ma anche con i suoi doveri,  e le norme religiose, finché hanno tenuto, hanno svolto un’opera di supplenza.

Il “Laboratorio sulla società e il territorio” ha  somministrato un questionario per verificare alcuni comportamenti degli italiani che hanno conseguenze sulla collettività e considerati accettabili o inaccettabili.

Alcuni esempi. Il rispetto dell’ambiente ed il rispetto della proprietà sono due virtù civiche fondamentali per gli italiani. Oltre nove su dieci ritengono, infatti, che gettare rifiuti nei luoghi pubblici (96,3%) e compiere atti vandalici come forma di protesta (91,6%) siano i modi di agire inaccettabili.

Per circa un quarto degli italiani, invece,  può essere giustificata la dimensione dell’evasione dal lavoro fingendosi ammalati per assentarsi (il 78,3% lo ritiene inaccettabile), come dalle tasse non pagandole o versandone meno del dovuto (il 72,3% lo ritiene inaccettabile).

Denigrare l’avversario politico (53,2%), bloccare i lavori di interesse pubblico (52,0%), farsi raccomandare (51,3%) sono azioni plausibili per oltre la metà degli italiani.

Il senso di “comunità civica” è più diffuso fra le donne, gli over 50, i non attivi sul mercato del lavoro e tra chi ha un basso livello di studio. Viceversa, un maggior grado di “permissività” si riscontra fra i maschi, le giovani generazioni (fino a 34 anni), chi possiede un titolo di studio medio-alto. La dimensione della morale religiosa e dell’interesse verso la politica rappresentano, infine, un sostrato fondamentale per coltivare le virtù civiche.

Con questo post ho concluso il topic.